Interventi in urgenza in psichiatria
Pubblicato a Ottobre 2026Questo lavoro è originato dalla necessità e dal bisogno di dare risposta alla domanda su quale ruolo abbia la psichiatria oggi, tra richieste sanitarie e istanze di controllo sociale.
Su questo tema vorremmo fare una breve premessa, descrivendo stralci di esperienze vissute in un contesto sanitario e che, in modo differente, possono dare un’idea dello stato dell’arte, ovvero di quanto accade oggigiorno nei corridoi degli ospedali che frequentiamo, come operatori e come cittadini.
Prima scena: corridoio di Pronto Soccorso di un ospedale metropolitano del nord Italia. Mattina presto, ancora non c’è la folla in attesa di essere visitata e non tutte le barelle nei corridoi sono occupate. Il signore anziano, arrivato la sera prima, ha avuto una notte piuttosto movimentata. Deve avere urlato parecchio, era agitato, forse tentava addirittura di scendere dal letto. Ora riposa. I familiari del paziente sulla barella vicina commentano l’episodio “era agitato poi l’hanno legato, poverino; tutta la notte è rimasto così, non riusciva neanche a girarsi, non poteva bere o grattarsi la faccia; l’hanno lasciato legato anche quando poi era più tranquillo”.
Seconda scena: il ricovero nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) si prolunga più del necessario. Anche in maniera impropria. Le motivazioni cliniche appaiono ormai in fase di risoluzione per quanto riguarda gli aspetti di acuzie, compatibili con la diagnosi di ammissione di disturbo della personalità. Permangono però ragioni giudiziarie. Si attende infatti che il Tribunale di Sorveglianza si esprima in merito alla revisione della misura di sicurezza (libertà vigilata), precedentemente emessa a seguito del riconoscimento di una parziale incapacità di intendere e volere al momento dei fatti-reato. Tutti sanno che il SPDC non è il contesto adatto, è un luogo chiuso dove è facile sperimentare l’isolamento, la deprivazione degli affetti, la privazione della libertà, anche quando non è stata emessa una misura che giustifichi tale privazione, anche quando il ricovero avviene su base volontaria. In un momento di crisi e di marcata insofferenza ambientale avviene una rapida escalation di aggressività e violenza agita nei confronti dell’operatore che viene colpito da un pugno al volto proprio quando si tentava di mettere in atto strategie di de-escalation e di contenimento relazionale. Ne segue un momento di grande concitazione in reparto, qualcuno chiama le Forze dell’Ordine. Adesso il paziente, che aveva messo in atto il gesto aggressivo appare più tranquillo, come improvvisamente svuotato di tutta quella aggressività che solo poco prima manifestava e appare come in uno stato di depressione post-critica. Tuttavia, all’arrivo in reparto delle Forze dell’Ordine, si attiva nuovamente e si dirige verso di loro esprimendo tutta la sua rabbia e le rivendicazioni di una vita; in quei brevi attimi gli agenti gli intimano di fermarsi ma lui forse neppure li sente, prosegue la sua marcia di avvicinamento senza neppure ascoltare gli avvertimenti che gli arrivano. Il taser prima viene puntato, poi è solo questione di secondi, al proseguire del suo incedere parte un dardo, poi un altro. Il paziente è a terra disteso e viene infine bloccato.
Non sappiamo come è finita, se all’anziano sia stata rimossa la contenzione, se abbia superato il momento di confusione e disorientamento. Neppure sappiamo se quel paziente in SPDC ha potuto in seguito riprendere un percorso terapeutico-assistenziale in un contesto adeguato. Rispetto a quest’ultimo caso possiamo però dire che per l’equipe terapeutica è stato emotivamente impegnativo andare oltre il taser e il gesto violento, senza imboccare le false scorciatoie della contenzione, che millantano sicurezza e protezione, riconoscendo invece gli sforzi e l’impegno di tutti gli operatori, nel provare a stare in relazione anche con chi proprio nelle dinamiche relazionali e comportamentali esprime massimamente i suoi aspetti sintomatologici.
In un’accezione più ampia, in questi ultimi anni, si ha sempre più spesso notizia di episodi coercitivi nei confronti di persone in stato di agitazione psicomotoria verificatisi al di fuori del contesto ospedaliero. Talvolta, questi interventi hanno avuto conseguenze drammatiche, esitando persino nel decesso della persona per cui era stato richiesto l’intervento in urgenza: questi casi giungono all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria con l’apertura di indagini sulla responsabilità di tali fatti, comportando una ampia esposizione mediatica. In queste situazioni viene fortemente stigmatizzato l’intervento coercitivo delle Forze dell’Ordine mentre, al contrario, viene giustamente invocato un intervento di natura sanitaria che possa rispondere in maniera adeguata alla condizione di marcato disagio. Purtroppo, da più parti, l’intervento sanitario sembra corrispondere unicamente alla pur importante, in taluni casi, sedazione farmacologica.
Bisogna però ricordare che l’intervento sanitario non può essere solamente sedazione e utilizzo di farmaci ma deve comportare ampio utilizzo della risorsa tempo e della risorsa umana, spese nel tentativo di entrare in relazione, di condividere le scelte, di trovare una via di mediazione alternativa alla coercizione e alla obbligatorietà delle cure. Non si tratta soltanto della cosidetta tanto invocata umanizzazione delle cure: la relazione di cui parliamo parte necessariamente da rispetto, considerazione dell’altro e del suo punto di vista, rapporto paritario per analizzare e individuare insieme soluzioni e alternative. Il tempo e il contesto in cui si opera giocano un ruolo fondamentale. Un approccio sbagliato può essere ad esempio una parola inopportuna oppure quando all’ingresso in reparto, dopo ore di colloquio Pronto Soccorso per evitare un intervento coercitivo, il paziente non viene nemmeno salutato. Questa scarsa attenzione alla persona può scatenare una crisi vanificando tutti gli sforzi profusi. L’importanza di lavorare insieme al paziente per un obiettivo comune diventa una componente essenziale dell’intervento terapeutico. In questa direzione assume rilevanza la leadership del gruppo degli operatori, il saper dare l’esempio dimostrando che si può fare a meno della contenzione meccanica e che questa scelta ha ricadute positive non solo sui pazienti ma anche sui professionisti. E’ noto il fatto che la contenzione crea danni a più livelli, tra cui una difficoltà crescente a prendere in carico e stare in relazione con il paziente una volta che sia stato dimesso a casa.
Molti fattori influenzano il ricorso alla contenzione e tra questi non rientrano soltanto la gravità clinica dei pazienti o la presenza di sintomatologia psicotica. Nella nostra esperienza la contenzione dipende in gran parte dalla dotazione quanti/qualitativa di personale, dalla cultura organizzativa dell’équipe curante, dai modelli formativi sulla gestione non violenta del conflitto, ad esempio con tecniche di de-escalation.
Per meglio comprendere questi fenomeni è necessario iniziare da una lettura dei dati.
Nell’anno 2024 in Italia sono stati registrati 4.586 trattamenti sanitari obbligatori (TSO) nei SPDC che rappresentano il 5,3% dei ricoveri avvenuti nei 315 reparti psichiatrici pubblici (85.733 ricoveri totali) (1). Questo dato è assai inferiore a quanto avviene negli altri Paesi europei dove i trattamenti obbligatori sono su valori decisamente superiori (15-20 su 10.000 ricoveri in Austria e Finlandia e oltre il 50% in UK) (2, 3).
In Italia abbiamo un’ampia variabilità regionale del tasso di TSO, dato che si presta a diverse interpretazioni. Da una parte, infatti, l’elevato tasso di TSO può significare una carente presa in carico territoriale; tuttavia, notiamo come la Regione Emilia Romagna abbia un tasso di TSO tra i più elevati in Italia (1), pur essendo riconosciuta come una tra le regioni più avanzate per le politiche sanitarie e per l’assistenza territoriale. Questo dato, a prima vista contraddittorio, potrebbe essere spiegato da una maggior presenza dei Servizi di Salute Mentale sul territorio che intercetta i bisogni di cura della popolazione, ma anche da un più frequente ricorso al Trattamento Sanitario Obbligatorio da parte degli psichiatri emiliano-romagnoli, finalizzato a prevenire abusi e a tutela dei diritti delle persone che al TSO sono sottoposte (possibilità di ricorso, audizione e convalida del Giudice Tutelare ).
Rimane invece un problema aperto il fenomeno della contenzione, di cui manca il flusso a livello regionale e quindi nazionale, in quanto gli episodi di contenzione non sono oggetto di monitoraggio (ad eccezione di Lombardia ed Emilia Romagna). La Regione Emilia Romagna è stata una delle prime regioni a dotarsi di linee guida specifiche (4), di un sistema di monitoraggio strutturato e di circolari mirate alla progressiva riduzione e al superamento della contenzione. Nel 2011 si contavano 972 episodi di contenzione, nel 2022 sono passati a 183 episodi. Un calo circa del 70 per cento. Questi dati di per sé lascerebbero intendere che accendere i riflettori su un fenomeno che si vuole contrastare possa già contribuire a ridimensionarlo. Segnaliamo che proprio in Emilia Romagna si trovano alcuni tra i SPDC cosiddetti No Restraint, ovvero che non praticano la contenzione meccanica e privilegiano altri interventi nella gestione della crisi.
Quali sono i fattori che aiutano a ridurre la contenzione? Sono state formulate diverse ipotesi. La maggior parte degli studi non rileva una correlazione tra la diagnosi e il maggior rischio di contenzione (5). In alcuni casi la giovane età, il sesso maschile, la mancanza di una pregressa presa in carico da parte del servizio territoriale, la mancanza di un coniuge, l’origine straniera sono associati ad una maggior rischio di essere sottoposto a contenzione meccanica nel corso di ricovero in SPDC (6).
Barbui e Colleghi (7) segnalano quale fattore determinante per la possibile riduzione della contenzione la partecipazione del personale a programmi di formazione specifici; al contrario, questi aspetti non paiono avere un peso significativo nello studio condotto da Magnani et al (5).
Anche a nostro parere, il fattore decisivo non è solo la formazione del personale, per quanto questo aspetto rivesta un ruolo centrale nel percorso di superamento della contenzione ma entrano in gioco altri fattori, organizzativi e legati al contesto. Più ancora hanno un peso le attitudini del singolo operatore, intendendo con questo una costellazione di aspetti etici, di valori, di capacità individuale di stare a contatto con un certo tipo di sofferenza e con una modalità estrema di esprimere il disagio, di capacità di tollerare certi comportamenti senza rispondere alla violenza agita con una altra forma di violenza, quale in fondo è la contenzione meccanica.
Dal lavoro di Magnani emergerebbe una maggiore propensione alla contenzione da parte di chi sta a più stretto contatto con la violenza e l’aggressività che a volte caratterizzano i luoghi dell’urgenza. Tuttavia, questo dato si presta a diverse letture. Ad esempio, potrebbe trovare una spiegazione nel fatto che la scelta del personale da assegnare ad un servizio non viene effettuata da chi in quel servizio opera e vorrebbe perseguire un certo tipo di stile di lavoro, in questo caso improntato al ‘No Restraint’. Infatti, la scelta del personale da destinare ad un contesto delicato come può essere il SPDC spesso segue logiche poco comprensibili che non necessariamente premiano le competenze e la formazione specifica. Come non comprendere le difficoltà che si troverà ad affrontare l’operatore che prende servizio in SPDC dopo anni di lavoro presso il Blocco Operatorio, dove avrà certamente sviluppato alcune specifiche competenze tra le quali non rientreranno necessariamente spiccate capacità relazionali?
In ultima analisi, il ruolo della psichiatria negli interventi in urgenza è delicato e si confronta con dinamiche complesse che necessitano di essere decodificate, con istanze spesso discordanti che devono essere mediate, per trovare un equilibrio tra le richieste di controllo e il bisogno di libertà.
In questa accezione la psichiatria deve proporsi come elemento di tramite tra mondi distanti, che mai comunicheranno tra loro, rimanendo costantemente in una condizione di equilibrio precario per poter svolgere il suo compito di cura, sempre a sostegno dei diritti e contrastando le istanze reazionarie, dettate spesso da paura e ignoranza.
Per concludere, in questo tipo lavoro e nella complessità che ne deriva, possiamo riconoscere le parole usate da Benedetto Saraceno per descrivere in maniera illuminante l’essenza del lavoro psicosociale: “è come ballare samba pilotando un aereo: mantenere la grazia e l’energia del samba ma sempre controllando i mille strumenti sofisticati dell’aeroplano” (8).
Bibliografia
- Ministero della Salute – Rapporto salute mentale. Analisi dei dati del Sistema Informativo per la Salute Mentale (SISM). Anno 2024 https://www.salute.gov.it/new/it/pubblicazione/rapporto-salute-mentale-analisi-dei-dati-del-sistema-informativo-la-salute-mentale-9 https://www.salute.gov.it/new/it/pubblicazione/rapporto-salute-mentale-analisi-dei-dati-del-sistema-informativo-la-salute-mentale-9/
- Sheridan Rains L, Zenina T et al. Variations in patterns of involuntary hospitalisation and in legal frameworks: an international comparative study. Lancet Psychiatry. 2019 May;6(5):403-417.
- Giacco D, Mavromara L, Gamblen J et al. Shared decision-making with involuntary hospital patients: a qualitative study of barriers and facilitators. BJPsych Open. 2018 Apr 17;4(3):113-118.
- Circolare n. 16 del 22 ottobre 2009 della Regione Emilia-Romagna “Disciplina delle contenzioni fisiche presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura dei DSM-DP”.
- Magnani N, Galbussera AA, Bruschi C et al. Compulsory admissions, mechanical restraints and staff attitudes toward coercion in a sample of psychiatric wards in Italy. Int J Law Psychiatry. 2026 Jul-Aug;107:102229.
- Whiting D, Lewis A, Khan K et al. Mechanical restraint in inpatient psychiatric settings: A systematic review of international prevalence, associations, outcomes, and reduction strategies. Eur Psychiatry. 2025 Apr 25;68(1):e57
- Barbui C, Purgato M, Abdulmalik J et al. Efficacy of interventions to reduce coercive treatment in mental health services: umbrella review of randomised evidence. Br J Psychiatry. 2021 Apr;218(4):185-195.
- Saraceno B, Sulla povertà della psichiatria, Editore Derive e Approdi, 2017.