Memorie ‘essenziali’ per un presente-futuro molto incerto
Pubblicato a Giugno 2026Era particolarmente difficile decidere da dove iniziare questa riflessione. Anche solo concentrando l’attenzione su editoriali, review, commenti delle classiche riviste di riferimento minimo per un aggiornamento sulle priorità di informazione, il materiale che si era accumulato lasciava farmaci e terapie ‘sfocati’ su uno sfondo di problemi altri.
La soluzione che propongo è sicuramente quella meno ‘scientifica’, e profondamente biased: un ricordo con radici vecchie di 50 anni, locale e personale, nel tempo in cui ‘il,problema dei farmaci’ non era solo il titolo di un libro storico (1), ma coincideva con uno snodo culturale e politico di salute pubblica che è oggi perfettamente attuale.
Nei primi giorni del luglio 1976 iniziava a lavorare all’OMS il gruppo di lavoro (ispirato direttamente dall’esperienza italiana dei prontuari terapeutici e dalla legislazione norvegese sul concetto di farmaco innovativo), che avrebbe portato nel 1977 al rapporto, e soprattutto alla politica, dei ‘farmaci essenziali’. Come definirli, al di là di sceglierli, nella selva di un mercato che incominciava ad essere mondiale, ma ancora frammentato a livello normativo, e agli inizi di una tecnologia valutativa di efficacia, che vedeva i trial come una metodologia tanto interessante, ma altrettanto rara? Essenziale era un aggettivo che definiva una caratteristica tecnica di prodotti da nominare uno ad uno, o la indicazione profonda del loro essere un bene di confine: tra il progetto-nostalgia di una società in cui tutti avessero risposte di fondo, ‘essenziali’, per malattie-bisogni-fragilità, ed un mercato di beni che incominciava ad essere ‘sovrano’, e perciò autonomo rispetto ai diritti?
La definizione approvata alla fine (da farmacologi internazionali che più lontano dalle ideologie non potevano essere) sembrava chiara: le evidenze, rigorose, con prove sperimentali, dovevano essere integrate ed includere una valutazione, obbligatoria, della loro ‘accessibilità’ economica e sociale.
Forse non c’è chiave di lettura più appropriata di questo ricordo delle radici ‘essenziali’ della cultura delle ‘evidenze’ per confrontarsi ed orientarsi oggi:
- anzitutto con la letteratura (che viene citata come un blocco unico, alla fine della sua lettura complessiva: come qualcosa che si comprende meglio come un tutt’uno);
- quindi con alcuni dei contributi proposti in questo secondo numero del 2026, mezzo secolo dopo quelle radici;
- per concludere con uno sguardo più allargato, diversamente ‘essenziale’.
Appunti dalla letteratura scientifica
La sanità, tutta, non solo in Italia, e’ diventata l’indicatore più ovvio, quotidiano, di una regressione di civiltà, in nome di un progresso tecnologico che ostenta con sempre più arroganza la irrilevanza dei dati che riguardano le vite degli individui e dei popoli. I dati sono oggetto di compra-vendita da parte dei più diversi poteri, pubblici o privati, nazionali o internazionali, come parte di pacchetti economici-finanziari-politici che hanno nella efficacia promessa dalla IA uno dei suoi mantra trasversali.
Per rimandare ai termini usati da titoli autorevoli della bibliografia, ci troviamo di fronte ad una vera ‘perversione’ della medicina, ad uno ‘shunt etico’.
E’ la stessa logica di ‘estrattivismo’ con cui ci si rassicura che lo sfruttamento delle miniere e delle risorse naturali e’ una strategia innocua per l’ambiente, essenziale per lo sviluppo, intoccabile. I farmaci ed i vaccini, con i loro rigidi criteri di patenti e prezzi assolutamente sganciati dai loro costi di produzione, sono parte non solo integrante, ma esemplare, quasi un pro-memoria didattico, della importanza di accelerare la traduzione della logica e delle finalità della sanità, da un capitolo esemplare dei diritti fondamentali, individuali e collettivi, delle persone, in uno dei capitoli infinitamente redditizi del mercato e della finanza: anche adattando, più o meno tempestivamente, i criteri di registrazione, non solo di farmaci, ma di percorsi assistenziali: per assicurarne una flessibilità tecnica compatibile con le esigenze-potenzialità delle nuove tecnologie, ma ancor più obbediente ad attori-politiche ‘proprietarie’. I dati sull’impatto drammatico di queste misure sistematiche e sistemiche sulla vita concreta delle persone sono disponibili, ma fortemente secretati rispetto ad una utilizzazione scientifica indipendente, accessibile, che possa essere utilizzata come strumento di dibattito democratico e di confronto politico a livello dei singoli paesi ed internazionale.
Per quanto parziale, la finestra di visibilità di questo processo di produzione attiva di diseguaglianza (e dei suoi tanti termini complementari o sinonimi: guerra, genocidio, discriminazione etnica) è impressionante, per produrre emozione, o stupore, o rabbia, ma sembrano far parte di uno spettacolo le cui rappresentazioni sostituiscono gli interventi. Le ‘evidenze’ si possono produrre e ‘pubblicare bene’: anche solo le politiche di ‘disinvestimento’ in corso per gli aspetti sociosanitari si stimano capaci di produrre entro il 2030 (oltre a quelli già affidati alla memoria-iimpunità della storia recente, Gaza, Sudan, migrazione..) , 22.6 milioni di morti evitabili, ben stimati anche con intervalli di confidenza al 95% tra 16.3 e 29,3, ben stratificabili per età, sesso, gradi di povertà…: secondo i più accurati standard statistici. E’ perfino irritante dover citare qui il ruolo leader degli USA di Trump in tutto questo ambito, complementare al suo attacco alle società scientifiche, sanitarie ed ambientali, ed a quello dei migranti esportati-torturati nelle prigioni di Bukele in Salvador.
Ed il ‘trattamento combinato’ di fame e guerra diventa un editoriale diagnosticamente lucido sullo stato del mondo con cui una scienza responsabile dovrebbe fare i conti, che devono prevedere tempi lunghi (2-20).
Per una prima molto parziale verifica
Sarebbe una pretesa senza senso immaginare tanti lettori che si preoccupano di andare a verificare, anche solo attraverso la lettura del campione di bibliografia citata, ciò che oggi dovrebbe essere ‘essenziale’ per muoversi un po’ più responsabilmente nel groviglio conflittuale della situazione culturale attuale di una sanità che è sempre più uno degli indicatori più evidenti della qualità dello sviluppo umano delle società. Nel piccolo di questo bollettino indichiamo una mini-mappa di 3 collegamenti.
1-Il contributo sulle malattie infettive è una vera guida metodologica e culturale (da far concorrenza ad un numero di Nature che a questo tema dedica anche la sua copertina!) per muoversi in quella che dovrebbe essere una componente di fondo dí un sistema sanitario (…se ci fosse!) capace di pensarsi, nella sua conflittualità molto profonda di pubblico- privato, come un progetto di ricerca: nel senso più concreto di questo termine: mirato a sperimentare ipotesi di soluzioni per una tematica trasversale, attualissima, ri-generatrice di un concetto-pratica di essenzialità in un contesto, radicalmente diverso, a livello conoscitivo, assistenziale, tecnologico, da quello ‘tradizionale’. Riuscendo così ad essere anche pro-memoria (rimedio?) sia di quanto i buoni propositi dopo pandemia sono andati in fumo, che della permanente centralità, ‘globale’ per contenuti ed estensione, di questa area di frontiera tra medicina e suoi contesti socio-ambientali-economici. Per non lasciare acronimi-realtà come LMDC,‘essenziali’ per un minimo di coscienza civile, ad essere presenti solo come segnale di diseguaglianza nelle diverse letterature di contorno della sanità.
2- Il ‘caso’ infermieristico chiude una prima tappa del percorso di ‘visibilità’ specifica della componente infermieristica soprattutto quando questa si coniuga ed incrocia a livello non ospedaliero con un termine come comunità: inflazionato nel discorso politico sulle riforme, i ruoli, le risorse necessarie per un SSN che ricordi la 833, la lezione della pandemia, le scadenze del PNRR…., ma di fatto termine che più concentra la capacità-volontà di mentire-sviare dal suo significato di fondo. Le case ‘di’ comunità, inventate nel PNNR come ‘edifici’ da costruire in serie, prescindendo dalla infinita variabilità dei loro ipotetici contesti, possono essere ‘essenziali’ se sono ‘della’ comunità: cioè, per definizione di comunità concrete, non definite dal numero di residenti ufficialmente registrato: abitate da ‘umani’ con i loro bisogni, solitudini, bisogni non divisi accuratamente per competenza tra sanitari, comunali, italiani e no, ecc: funzionanti in rapporto ad una REW ( real world evidence) molto localizzata, una epidemiologia non preoccupata e bloccata dalla privacy, ma che restituisce, con un di più di attenzione e rispetto, visibilità a ciò che nelle vite di ogni comunità resta, per le ragioni più diverse, nascosto-negato, ed avvicinabile solo con una presenza ‘senza minuti contati’.
3- Il contributo sul ruolo delle farmacie in questo ambito – originale e provocatorio nello scenario politico attuale, assolutamente caratterizzato da conflitti di interesse che toccano la tenuta stessa delle diverse proposte ministeriali e regionali – meriterebbe di avere un seguito, con un confronto esemplare tra dati epidemiologici, economici, organizzativi, che ‘farebbero bene’ anche alla stessa esigenza di ‘democrazia dei dati’ che è il bene più minacciato (o meglio: già più programmaticamente violato) negli scenari globali indicati nella prima parte, dalla IA, a quella ‘disonestà’ della statistica che nasconde nella migliore affidabilità dei grandi numeri e delle medie la vita reale delle tante ‘etnie’ di cui è fatta la diseguaglianza.
Per guardare avanti
La storia dei ‘farmaci essenziali’, di cui all’inizio si è ricordata la nascita da semi locali, molto contestualizzati, sarà eventualmente ripresa anche in questa sede in occasione della pubblicazione del rapporto ufficiale, di cui già compaiono annunci di ‘celebrazioni’. La sua memoria riassuntiva coincide più a fondo con quella dei diritti e delle democrazie: erano, per la sanità italiana, gli anni anche di Basaglia, della 180 che anticipava e diceva la verità, più profonda e difficile da realizzare, della 833. E per il mondo globale c’era la Dichiarazione di Alma Ata, della OMS, la salute per tutte/i: proclamata in piena guerra fredda, in una delle città simbolo dell’URSS. Un testo ora molto probabilmente rigorosamente sconosciuto da non importa quale percorso formativo in sanità.
Per un dovere di simmetria, sembra utile confrontarsi, per concludere, con due rapporti quasi contemporanei a questo 2/2026: una bibliografia che non ha nulla di farmacologico o di assistenzale. Non fuori tema, però. Forse culturalmente obbligatoria: forse sarebbe troppo pretendere una lettura: almeno da incorporare tra le conoscenze metodologiche ‘essenziali’ ricordate all’inizio.
La prima referenza è molto nota, tanto da non aver bisogno di essere citata in bibliografia. L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV: parte dal lavoro, per interessarsi di tecnologia e progresso, con una attenzione particolare, sintetica, competente, alla IA. Interessante per molte cose. Discutibile per altre. Densa, fin troppo forse, di richiami alle autorità dei pontefici precedenti, ma senza esigere una attenzione specifica di dottrina e di fede: come si affronta a volte, nei ‘nostri’ lavori, un tema ben preciso, ma che sappiamo molto controverso, e si citano voci autorevoli a sostegno.
Il titolo, laico, molto bello, nella semplice solennità evocativa del latino, è la sintesi, il summary, la chiave di lettura: la storia affascinante e ricchissima del progresso, le esigenze della scienza, della tecnologia, della finanza, della IA sono da rispettare e promuovere sempre e solo se la dignità inviolabile della vita umana, nessuna/o escluso o discriminato, nelle definizioni e nelle pratiche, rimane il termine di riferimento imprescindibile. Non per l’una o l’altra fede. Non c’è teologia più vincolante di quella delle parabole, del samaritano e del giudizio finale. Le cose ‘essenziali’ sono estremamente semplici. Devono essere praticate. Accessibili.
La seconda referenza è stata pubblicata mentre si scrivevano queste righe ed è scaricabile senza problemi. Il suo titolo, Global Justice Report, non ha bisogno dí spiegazioni: anche solo dai brevi cenni che lo accompagnano si vede che promette molto, ma con l’autorevolezza di un autore collettivo che include competenze tra le più riconosciute nei loro settori (21). La importanza metodologica, culturale, politica rimanda alla domanda antica: Che fare? Di fronte ad una diagnosi assolutamente concordante sulla insostenibilità dei sistemi, ed ancor più dei modelli più o meno algoritmici che vengono proposti-imposti per giudicare il futuro, il primo passo è la definizione descrittiva e propositiva di che cosa è ‘essenziale’: non in teoria, avendo il coraggio di farne una prima lista precisa. Uno strumento per un progetto a misura della gravità e delle urgenze complessive, che includono la revisione di troppe definizioni anche ideologiche: ma anche e soprattutto rendono visibile ed obbligatoria, con il rigore metodologico che si richiede a progetti che implicano cambiamenti di un esistente ripetitivo, della creatività che esiste in comunità che non si illudono di avere risposte facili, ma che non accettano il ruolo di spettatori.
Bibliografia
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