La famiglia invisibile: un caso di fragilità sommersa e presa in carico territoriale
Pubblicato a Giugno 2026Giulia Gassa, infermiera di famiglia e comunità, Vicenza; Associazione STeRN
Alma ha 38 anni e vive con i genitori, Andrea e Antonella, entrambi anziani, in un piccolo paese di campagna. Nella stessa abitazione vivono anche due fratelli del padre di 73 e 77 anni. Il nucleo familiare conduce una vita molto ritirata e da anni mantiene contatti limitati con i servizi sanitari e sociali. L’ingresso nel contesto familiare avviene quasi casualmente. L’assistenza domiciliare viene infatti attivata dalla Continuità Assistenziale per Elio, a seguito di una telefonata dei familiari che segnalavano un’improvvisa debolezza agli arti inferiori ed una lesione traumatica che richiedeva medicazioni periodiche. Durante i primi accessi emerge subito il clima particolare della casa: un ambiente chiuso, silenzioso, sospeso nel tempo. Alma inizialmente non si vede mai. La madre racconta che dorme per gran parte della mattinata e trascorre le notti davanti alla televisione.
Solo nel corso di visite successive la sua presenza inizia lentamente a delinearsi attraverso i racconti dei familiari. Antonella la descrive come una donna “strana”, taciturna, poco incline ai rapporti sociali, ritirata da anni all’interno delle mura domestiche. Dalla documentazione clinica emerge una diagnosi di ritardo mentale grave associato a psicosi non specificata. Alma aveva frequentato la scuola fino alle superiori, accompagnata costantemente dalla madre, insegnante, che negli anni aveva costruito intorno alla figlia una forma di protezione totale. Nonostante Alma sia in grado di camminare autonomamente, la sua quotidianità appare segnata da una dipendenza quasi completa. Viene imboccata durante i pasti, ha bisogno di assistenza per l’igiene personale e trascorre gran parte del tempo inattiva. I familiari interpretano questi comportamenti come semplice “pigrizia”, quasi una caratteristica del suo carattere più che l’espressione di una condizione complessa sedimentata nel tempo. La casa appare trascurata, con condizioni igieniche precarie. Antonella, nonostante una grave ipovisione, continua a occuparsi della figlia con l’aiuto del marito Andrea. Entrambi appaiono affaticati, isolati e progressivamente allontanati dai servizi sanitari: nessuno dei componenti della famiglia si sottopone a controlli medici da anni.
Alma assume Olanzapina 10 mg la sera, terapia prescritta da lungo tempo e mai realmente rivalutata. Con il coinvolgimento del nuovo Medico di Medicina Generale viene proposta una visita psichiatrica e l’esecuzione di esami ematici a domicilio. Con il coinvolgimento dell’Assistente Sociale si ipotizza anche l’attivazione di un supporto domiciliare comunale per alleggerire il carico assistenziale della famiglia. La madre, però, reagisce inizialmente con una chiusura netta, sostenendo di essere ancora in grado di gestire tutto autonomamente. Andrea, al contrario, appare più consapevole della fatica e più disponibile ad accettare un aiuto esterno.
Vengono contattati il Centro di Salute Mentale e il servizio disabilità, ma emerge come Alma non sia mai stata realmente presa in carico, nonostante una precedente segnalazione risalente a molti anni prima. La visita psichiatrica fissata dal servizio non viene effettuata: Alma non si presenta all’appuntamento, probabilmente perché programmato al mattino, in un orario incompatibile con i suoi ritmi di vita. Inoltre, il servizio non prevede visite domiciliari, nonostante la complessità della situazione.
Nei mesi successivi, attraverso incontri regolari e una presenza costante al domicilio, si costruisce lentamente una relazione di fiducia con la famiglia, soprattutto con Antonella. È un percorso fatto di piccoli passi, di ascolto e di gradualità, senza imposizioni. Progressivamente la madre inizia ad abbassare le proprie difese e ad accettare la possibilità di condividere il peso dell’assistenza.
L’introduzione di un operatore comunale avviene inizialmente attraverso visite congiunte, per rendere meno invasivo l’ingresso di una figura esterna nella quotidianità familiare. Con il tempo emergono cambiamenti inattesi: Alma ricomincia lentamente ad alimentarsi da sola, collabora nelle cure igieniche e mostra capacità rimaste per anni nascoste sotto una dipendenza ormai diventata abituale. Parallelamente prende avvio un confronto con il servizio disabilità per ipotizzare un futuro inserimento in un centro diurno, coinvolgendo gradualmente sia Alma sia i familiari in un possibile percorso di apertura verso l’esterno.
Cosa ci insegna questo caso
Il caso di Alma evidenzia come fragilità sanitarie, sociali e relazionali possano rimanere invisibili per anni all’interno del contesto domestico. La famiglia aveva costruito un equilibrio apparentemente stabile, ma fondato su isolamento, progressivo ritiro dai servizi e normalizzazione della sofferenza. La dipendenza di Alma nelle attività quotidiane, le difficoltà igieniche, l’assenza di controlli sanitari e il carico assistenziale dei genitori erano diventati parte della routine familiare, fino a non essere più riconosciuti come problemi modificabili. Anche ciò che appariva chiaramente problematico veniva percepito come inevitabile o attribuito al carattere della paziente, definita semplicemente “pigra”. Solo entrando nella quotidianità della famiglia è stato possibile comprendere quanto quelle dinamiche fossero il risultato di anni di sovraccarico assistenziale, solitudine e mancanza di supporti.
La storia mette inoltre in luce una criticità frequente nelle persone con disabilità o disturbi psichiatrici complessi: la perdita della continuità assistenziale nel passaggio all’età adulta. Pur avendo ricevuto diagnosi e valutazioni in passato, Alma non era mai stata realmente presa in carico dai servizi territoriali, lasciando la famiglia sola nella gestione quotidiana.
Un’altra riflessione importante riguarda la difficoltà concreta di accesso ai servizi. In teoria le risorse esistevano: il Centro di Salute Mentale, il servizio disabilità, l’assistenza sociale. Nella pratica, però, gli interventi risultavano poco adattati alla realtà della persona. Un appuntamento fissato al mattino per una donna che da anni vive ritmi completamente invertiti è diventato un ostacolo sufficiente a interrompere il percorso di cura. Anche l’assenza di visite domiciliari ha contribuito a mantenere quella distanza tra servizi e bisogno reale. L’elemento che ha reso possibile il cambiamento è stato il tempo dedicato alla costruzione della relazione. Attraverso una presenza costante, discreta e non giudicante è stato possibile sviluppare fiducia, superare le resistenze iniziali e favorire l’accettazione graduale di nuovi supporti. Proprio grazie a questo percorso (che all’inizio la famiglia percepiva come un’intrusione o un giudizio) sono emerse risorse e capacità che sembravano perdute: alimentarsi da sola, collaborare nelle cure igieniche, accettare la presenza di altre figure accanto ai genitori; Alma ha iniziato a recuperare alcune autonomie e la famiglia ha potuto immaginare percorsi diversi da quelli consolidati negli anni. Questo ha mostrato quanto, anche nelle situazioni apparentemente cristallizzate, possano esistere capacità residue che rischiano di rimanere invisibili se nessuno le cerca davvero.