Clicca in qualsiasi punto o premi ESC per chiudere il video

 

Deprescrizione e salute mentale

n. 2 – 2026 Ultima pubblicazione

Deprescrizione e salute mentale

Caterina Corbascio, medico psichiatra, Torino
Filippo Gastaldi, medico psichiatra, Torino

Una premessa importante

Allo stato attuale, si può affermare che in Salute mentale si assiste ad un progressivo spostamento verso un modello biologico in cui il focus dell’intervento e la maggior parte delle risorse e delle energie sono dedicate alla terapia farmacologica. Questo fenomeno ha condizionato in maniera rilevante l’organizzazione e il funzionamento dei Servizi di Salute Mentale, attribuendo un ruolo sempre più centrale alla figura del medico psichiatra, con evidenti ripercussioni sulla cura e sull’approccio alle diverse forme di disagio mentale. La tendenza alla medicalizzazione di ogni forma di sofferenza mette in secondo piano la persona, trascurando la sua storia e il contesto di vita. Ne deriva un graduale impoverimento della capacità dei Servizi di rispondere ai reali bisogni delle persone, con la frequente sovrapposizione del progetto di cura del paziente con la esclusiva prescrizione/somministrazione della terapia farmacologica. Questo aspetto di fatto lede il diritto del paziente di far parte di un progetto di cura che includa anche altri interventi di natura non medica, che sono evidentemente fortemente differenziati in termini operativi a seconda delle diverse situazioni assistenziali. Si approfondiranno in questo senso in contributi successivi temi specifici, quali l’adolescenza , la depressione, la psicosi , l’età avanzata, le emergenze comportamentali, i rapporti con gli altri Servizi e con i medici di Medicina Generale. La deprescrizione  farmacologica può in questo senso essere considerata come un primo indicatore-tracciante trasversale all’interno dei Servizi di salute mentale, e nei loro rapporti- incroci con la gestione più generale, culturale e sociosanitaria,  del disagio del vivere.

La attualità specifica della deprescrizione

Il tema della deprescrizione è molto dibattuto nell’attuale scenario della salute mentale, come messo in luce dal documento dell’Unione Nazionale Associazioni per la Salute Mentale (UNASAM) (1). Si raccomanda cautela nella prescrizione di psicofarmaci essendo ampiamente noti i potenziali rischi correlati ad un utilizzo continuativo e prolungato dei farmaci antipsicotici, antidepressivi e ansiolitici (2, 3). I dati dell’Osservatorio Nazionale sull’impiego dei medicinali (OsMed) e dell’ultimo Report Nazionale sulla Salute Mentale segnalano i farmaci antidepressivi tra le categorie terapeutiche a maggior prescrizione, con un aumento costante del consumo. 
In realtà anche  programmi di deprescrizione che rappresentano validità  progettuali sono ancora poco diffusi nei Servizi di Salute Mentale e  rimangono il più delle volte inespressi o difficili da perseguire  nella pratica quotidiana. Da qui l’importanza  di approfondire il tema , ponendo particolare attenzione alle possibili ragioni di una resistenza ad una logica assistenziale che non richiede investimenti particolari o modifiche strutturali.
In generale, per deprescrizione si fa riferimento a un “processo sistematico di identificazione e discontinuazione di farmaci o regimi farmacologici in circostanze in cui evidenti o potenziali effetti negativi ne superino i benefici correnti e/o potenziali, tenendo conto degli obiettivi di cura, del livello di funzionamento, della aspettativa di vita, dei valori e preferenze del singolo paziente” (4) .
In salute mentale si intende più specificatamente un processo centrato sul paziente, sulla condivisione di scelte, sul maggiore investimento in interventi psicosociali e su un approccio prescrittivo flessibile.
Questo orientamento si basa  su dati molto solidi ( e che particolarmente rilevanti per un’area specificatamente critica come quella degli antipsicotici):

·           vi sono evidenze solo limitate a favore dell’utilizzo di antipsicotici a tempo indeterminato, con trial clinici che hanno una durata breve, generalmente inferiore ai 12 mesi;

·           vi sono evidenze di migliori esiti funzionali a seguito della riduzione controllata del dosaggio /sospensione dei farmaci antipsicotici;

·           vi è un diffuso aumento delle politerapie, con i conseguenti rischi aumentati di comparsa di effetti collaterali e interazioni tra le diverse molecole, nonostante sia noto che le associazioni di più psicofarmaci siano per lo più considerate inappropriate;

·           vi è un aumento dei rischi connesso all’utilizzo dei farmaci antipsicotici direttamente correlato all’età, alla durata della malattia, alla durata e alla posologia del trattamento;

·           le resistenze dei pazienti all’assunzione dei farmaci antipsicotici dovuta alla comparsa di effetti collaterali difficili da tollerare.

A queste ragioni si aggiunge l’esperienza dei percorsi di recovery dei pazienti, dove punto centrale è l’autodeterminazione e la consapevolezza delle scelte rispetto alla propria vita. In questo contesto il farmaco non è più centrale, in quanto gli strumenti per raggiungere la recovery o guarigione sono diversi. Infatti, la presenza o meno di sintomi non pregiudica il processo ed il risultato finale (5, 6).
I farmaci antipsicotici risultano nella maggioranza dei casi efficaci nel ridurre i sintomi della schizofrenia nella fase acuta, ma sono minori le evidenze rispetto ad una reale efficacia nel lungo periodo. Nella nostra esperienza abbiamo incontrato pazienti che presentavano sintomatologia positiva specifica (allucinazioni uditive) resistente ai farmaci antipsicotici, anche somministrati ad alto dosaggio. Questo è un gruppo di pazienti per cui una deprescrizione concordata di antipsicotici può integrarsi con altri interventi, quali ad esempio l’inclusione in un gruppo di uditori di voci che si sono dimostrati un sostegno valido in queste situazioni (7).
Occorre sottolineare che gli studi che valutano gli effetti a lungo termine dei farmaci antipsicotici non sono numerosi (8). Alcuni di questi evidenziano un peggior funzionamento da parte di coloro che proseguono le cure per tempi lunghi (9-12).
A fronte a questi dati, l’utilizzo continuativo di farmaci antipsicotici di seconda generazione, espone una popolazione già di per sé più vulnerabile, come quella delle persone con disturbi mentali gravi, ad un aumentato rischio di effetti collaterali di tipo metabolico (13, 14). Infatti, le persone affette da malattia mentale grave hanno una aspettativa di vita inferiore alla popolazione generale per molteplici fattori legati in gran parte agli stili di vita, alla sedentarietà, al fumo, a abitudini alimentari scorrette, al minore accesso alle cure e agli interventi di prevenzione (15, 16).
Parlando di deprescrizione in salute mentale, è necessario fare alcune riflessioni relative al contesto. Nello specifico, riteniamo opportuno considerare la diagnosi e le differenti opzioni terapeutiche, compresi gli eventuali trattamenti farmacologici; il rapporto dei pazienti con i farmaci e le prescrizioni terapeutiche in generale; l’aderenza alle cure da parte dei pazienti; i fattori che possono favorire l’attitudine alla deprescrizione di un Servizio e al contrario i possibili impedimenti che possono rendere difficoltoso tale processo.
In caso di un disturbo psicotico, è generalmente previsto l’utilizzo di un farmaco antipsicotico in particolar modo nelle situazioni di acuzie, anche se aumentano le evidenze rispetto all’efficacia di metodi di intervento quali il Dialogo Aperto (17). Tale approccio prevede infatti l’astensione dalla prescrizione farmacologica a favore di altri interventi a carattere intensivo ma non farmacologico, messi in atto nel contesto abituale di vita, basati sulle pratiche dialogiche, con il coinvolgimento attivo della famiglia e della rete sociale.
Diverso è l’utilizzo dei farmaci nei disturbi dell’umore. Per i disturbi bipolari sono indicati, nella maggior parte dei casi, farmaci del tono stabilizzatori del tono dell’umore in fase acuta e per prevenire le ricadute, con un utilizzo spesso continuativo anche per periodi molto lunghi (18). Per il trattamento della depressione i farmaci non sono sempre la prima scelta. Ad esempio, il modello stepped care/matched care per la depressione secondo le linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) del 2022 (19) prevede il trattamento farmacologico con farmaci antidepressivi per i casi di depressione moderata-grave (Step 3-4), privilegiando interventi psicoterapici e di supporto per i casi più lievi (Step 1-2).  Un rilevante consumo di farmaci riguarda il trattamento dei disturbi d’ansia e dei disturbi del sonno, con uso di farmaci ansiolitici, spesso su prescrizione del Medico di Medicina Generale o assunti in maniera autogestita, senza che tale utilizzo sia adeguatamente monitorato dai professionisti della salute mentale.

Infine, una quota importante di pazienti che impegna in maniera rilevante i Servizi, è rappresentata da coloro che sono affetti da disturbi di personalità e da disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Per tali disturbi non vi è tuttavia un farmaco specifico, la cura prevede primariamente interventi non farmacologici (psicologici, psicoeducativi, di sostegno, nutrizionali) con utilizzo di farmaci spesso off label, per i sintomi associati, con importanti rischi di misuse o di abuso. In questi casi sarebbero certamente opportuni programmi di deprescrizione anche per ridimensionarne l’utilizzo improprio.

La centralità dei contesti

La popolazione psichiatrica è una popolazione particolare che talvolta presenta difficoltà nella adesione alle prescrizioni terapeutiche. Questo per diverse ragioni, per la frequente comparsa di effetti collaterali, per una plausibile resistenza di fondo all’assunzione di farmaci, per preconcetti legati all’uso degli psicofarmaci oppure più semplicemente per la comprensibile difficoltà a seguire un piano terapeutico poco lineare, rappresentato da più molecole, da assumere ad orari differenti, per un tempo non sempre definito. A questo si associa spesso una carente informazione ai pazienti e ai familiari da parte dei clinici sugli effetti desiderati e non dei farmaci prescritti. Così, senza una adeguata consapevolezza e il necessario coinvolgimento dell’interessato nel progetto di cura, diventa difficile che il paziente accetti la terapia e che prosegua le cure nei contesti abituali di vita.
Spesso si verifica che i pazienti superata una fase acuta interrompano bruscamente i farmaci, soprattutto se non viene attivato il necessario supporto/monitoraggio da parte dell’equipe territoriale e se non è possibile fare affidamento sulle figure di familiari/caregiver. A maggior ragione, in molti casi, sarebbe auspicabile un coinvolgimento attivo dei familiari nel progetto a cura, ritenendo che essi stessi potrebbero avere un ruolo chiave in tali situazioni. Questo punto è stato oggetto di richiesta esplicita di diversi pazienti nel corso del progetto CCM/Ministero della Salute “Valutazione della qualità dei Servizi di Salute Mentale: un percorso di analisi condivisa con pazienti in qualità di valutatori” (20). Il coinvolgimento dei familiari è necessario anche per superare le resistenze alla deprescrizione, discutere eventuali dubbi e timori, individuare il momento più opportuno per una riduzione concordata della terapia, ridimensionando il ruolo dei farmaci all’interno di un progetto di cura.
In mancanza di una adeguata stabilizzazione clinica, con una brusca sospensione dei farmaci, i rischi di ricaduta sono aumentati, con possibili episodi di riospedalizzazione, spesso caratterizzati da interventi maggiormente coercitivi, ad alto impatto emotivo, che possono destabilizzare l’alleanza terapeutica. Le Linee Guida NICE uscite nel 2014 e riconfermate nei contenuti nel 2025 (21), evidenziano la necessità di avvisare i pazienti di un aumentato rischio di ricadute a seguito della sospensione dei trattamenti antipsicotici nei primi 2 anni dopo l’episodio acuto. In aggiunta a ciò, possiamo affermare che molti pazienti mettono in atto una sorta di deprescrizione “fai da te”, spesso senza un razionale, il più delle volte in conseguenza del notevole impatto degli effetti collaterali sulla qualità di vita.

Un paradosso della psichiatria è rappresentato dal fatto che il ricovero in regime di Trattamento Sanitario Obbligatorio viene spesso praticato quando il paziente rifiuta i farmaci, riconducendo di fatto le cure all’esclusiva assunzione della terapia farmacologica. In molti casi, lo psichiatra del Servizio si trova a spendere tempo a convincere i pazienti ad assumere i farmaci, spesso vagheggiando effetti mirabolanti che magari non trovano pieno riscontro nelle evidenze, ma che risultano necessari in situazioni di crisi e di grave scompenso psicopatologico, essendo questi l’unica risposta prontamente disponibile e almeno in parte efficace nell’acuzie. Tuttavia, il medesimo psichiatra, si troverà in difficoltà nella prescrizione di farmaci a coloro che hanno la tendenza all’abuso, con rischi di assuefazione e dipendenza, a coloro che utilizzano medicamenti a scopo voluttuario e ricreativo, a quei pazienti che mostrano un’attitudine a medicalizzare dinamiche e momenti esistenziali che sarebbero invece meritevoli di altri e più complessi interventi. In diverse occasioni lo psichiatra è visto soltanto come uno “psicofarmacologo” che esaurisce gran parte della sua funzione nell’atto prescrittivo. Alcuni soggetti, per attitudini personali e per motivi riconducibili ad aspetti personologici, che dovrebbero essere indagati in maniera più approfondita, hanno la tendenza a cercare risposte immediate nei farmaci. Questo perché il più delle volte la risposta al farmaco, quando presente, è più rapida, pure con un ruolo passivo del paziente, senza l’auspicabile coinvolgimento attivo della persona nel percorso di cura, con il rischio di deresponsabilizzare il paziente nel processo di cambiamento che si vorrebbe intraprendere. La ricaduta è che l’eventuale miglioramento clinico e la recovery siano visti dai diversi attori come esclusivo effetto del farmaco: “sono guarito, è il farmaco che mi ha guarito; chissà cosa succede se smetto il farmaco, starò di nuovo male?”.
Ci preme altresì sottolineare che la stessa prescrizione farmacologica non può prescindere da una solida relazione terapeutica, sostenuta da una fiducia reciproca tale per cui, in determinate condizioni e all’interno del percorso di cura, sarà poi possibile affrontare anche il tema della deprescrizione. Estremizzando, se la prescrizione di farmaci è relazione, ancora di più lo sarà il graduale processo di una eventuale deprescrizione.

La deprescrizione farmacologica nel contesto della evoluzione dei Servizi di Salute Mentale.

Seppure sia ormai datato, abbiamo ritrovato molti spunti interessanti nel lavoro di Brunod e Olivetti Manoukian del 2005 “L’organizzazione psichiatrica e i suoi dilemmi” (22). Già allora si iniziava ad avvertire un progressivo impoverimento culturale dei Servizi di Salute Mentale, con una riduzione delle risorse nonostante l’aumento della domanda. In quegli anni veniva descritto un affievolimento di quell’approccio spiccatamente socio-relazionale, antiautoritario e antistituzionale che aveva caratterizzato il superamento degli Ospedali Psichiatrici e la nascita dei Servizi territoriali. Erano quelli Servizi forti, attenti ai diritti di cittadinanza, ai quali veniva concessa ampia delega da parte della società, permettendo così la sperimentazione e applicazione di soluzioni innovative.
In questi anni è cambiata la società in cui viviamo, si è assistito ad un profondo mutamento del contesto sociale, trasformato dai fenomeni delle migrazioni, della globalizzazione, della precarietà diffusa, dai nuovi conflitti. In quest’ottica, la domanda di aiuto ai Servizi psichiatrici è sempre più spesso centrata sul bisogno di rimedi soddisfacenti e tranquillizzanti per la società, con una non meglio definita richiesta di sicurezza. In questo modo, sempre più spesso i Servizi sono costretti a lavorare in un clima di urgenza, con una riduzione degli spazi per pensare e ridefinire l’oggetto di lavoro. Pertanto, l’accoglienza fondata sull’incontro e sul tempo condiviso, che valorizza i saperi dei diversi operatori, lascia sempre più spazio ad una clinica improntata a fornire primariamente risposte di tipo farmacologico, secondo un modello biomedico.
Tornando al tema della deprescrizione, ci pare evidente che, se prevale un’attenzione alle espressioni sintomatiche dei pazienti a discapito di un approccio più attento alla complessità delle persone, dei legami sociali e del contesto di vita, risulterà più arduo perseguire un progetto di riduzione/sospensione graduale dei farmaci che dovrebbe necessariamente valorizzare interventi psicosociali, attuati da personale non medico.
Nei Servizi attuali dovrebbe essere ripensata la dimensione organizzativa, non soltanto alla luce della generale carenza di risorse, ma ancor di più è necessario rimettere in discussione i modelli di intervento, a partire da una critica della situazione attuale, per recuperare la spinta creativa che ha connotato le esperienze degli anni della deistituzionalizzazione psichiatrica. In questa prospettiva dovrebbe essere valorizzato anche il ruolo degli altri operatori, in primis quello degli infermieri, che potrebbero monitorare e sostenere i pazienti nel corso dei programmi di deprescrizione, rinforzando il legame tra i Servizi e la rete familiare e sociale. In quest’ottica, ricordiamo inoltre il nuovo ruolo svolto dagli Esperti in Supporto tra Pari (ESP) in alcuni Servizi di Salute Mentale (23). Fatte queste considerazioni, ci lascia perplessi quanto accade ormai spesso in molti Servizi, nei quali, proprio per la carenza di personale, viene ridimensionata l’offerta alla popolazione, arrivando addirittura, in alcuni casi, a chiudere le porte del Servizio in assenza del medico, per supposte ragioni di sicurezza, dimentichi di quanto un Servizio di Salute Mentale dovrebbe invece offrire in termini di accoglienza, di ascolto, di relazione e di cura, in ogni momento. Le difficoltà dei Servizi devono essere affrontate attraverso programmi di formazione specifici rivolti a tutto il personale, con la partecipazione a programmi di ricerca sui temi dell’accoglienza, della relazione, della co-progettazione, con il coinvolgimento oltre che dei pazienti, anche dei familiari.
Sarebbe auspicabile perciò che il tema della deprescrizione possa essere utilizzato come una leva per stimolare un graduale e profondo rinnovamento, culturale e organizzativo, dei Servizi di Salute Mentale.

Bibliografia

  1. UNASAM Proposte e indicazioni di buona pratica per un uso appropriato dei farmaci nei percorsi di cura, 2023. https://www.associazione-viadelsole-odv.it/viadelsole/pdf-folder/unasam-linee-guida-2023.pdf
  2. Goldberg JF, McIntyre RS, Swartz HA et al. Recommendations for the deprescribing of psychotropic medications: a consensus statement from the American Society of Clinical Psychopharmacology task force. JAMA Netw Open 2026; 9 (2): e260043: doi: 10.1001/jamanetworkopen.2026.0043.
  3. IIPDW Italia 2022. Linee guida per i percorsi di deprescrizione.
    https://unacertaideadi.altervista.org/2022/11/iipdw-italia-linee-guida-per-i-percorsi-di-deprescrizione/
  4. Scott IA, Hilmer SN, Reeve RE et al. Reducing inappropriate polypharmacy: the process of deprescribing. JAMA Intern Med 2015; 175: 827-834.
  5. Slade M. Personal recovery and mental illness. Cambridge University Press, 2009.
  6. Deegan PE. The Journey to Use Medication Optimally to Support Recovery. Psychiatr Serv 2020; 71:401-402.
  7. Coleman R, Smith M. Lavorare con le voci, EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2006.
  8. Leucht S, Cipriani A, Spineli L et al. Comparative efficacy and tolerability of 15 antipsychotic drugs in schizofrenia: a multiple-treatments meta-analysis. Lancet 2013; 382: 951-962.
  9. Wunderink L, Nieboer RM, Wiersma D et al. Recovery in remitted first-episode psychosis at 7 years of follow-up of an early dose reduction/discontinuation or maintenance treatment strategy: long-term follow-up of a 2-years randomized clinical trial. JAMA Psychiatry 2013; 70: 913-920.
  10. Kotov R, Fochtmann L, Li K et al. Declining Clinical Course of Psychotic Disorders Over the Two Decades Following First Hospitalization: Evidence From the Suffolk County Mental Health Project. Am J Psychiatry 2017; 174: 1064-1074.
  11. Moilanen J, Haapea M, Miettunen J et al. Characteristics of subjects with schizophrenia spectrum disorder with and without antipsychotic medications – a 10-year follow-up of the Northern Finland 1966 Birth Cohort study. Eur Psychiatry 2013; 28: 53-58.
  12. Harrow M, Jobe TH, Faull RN. Does treatment of schizophrenia with antipsychotic medications eliminate or reduce psychosis? A 20-year multi-follow-up study. Psychol Med 2014; 44: 3007-3016.
  13. Vancampfort D, Stubs B, Mitchell AJ et al. Risk of metabolic syndrome and its components in people with schizophrenia and related psychotic disorders, bipolar disorder and major depressive disorder: a systematic review and meta-analysis. World Psychiatry 2015; 14: 339-47.
  14. Hirsch L, Patten SB, Bresee L et al. Second generation anti-psychotics and metabolic side-effects: Canadian population-based study. BJPsych Open 2018, 4: 256-261.
  15. Correl CU, Solmi M, Croatto G et al. Mortality in people with schizophrenia: a systematic review and meta-analysis of relative risk and aggravating or attenuating factors. World Psychiatry 2022; 21: 248-271.
  16. Hjorthoj C, Sturup AE, McGraft JJ et al. Years of potential life lost and life expectancy in schizophrenia: a systematic review and meta-analysis. Lancet Psychiatry 2017; 4: 295-301.
  17. Seikkula J, Olson ME. The open dialogue approach to acute psychosis: its poetics and micropolitics. Fam Process 2003; 42: 403-418.
  18. McIntyre RS, Berk M, Brietzke E et al. Bipolar Disorders. Lancet 2020; 396: 1841-1856.
  19. Linee Guida Nice: NG 222. Depression in adults: treatment and management. London: National Institute for Health and Care Excellence 2022.
  20. Barbato A, D’Avanzo B, D’Anza V et al. Involvement of users and relatives in mental health service evaluation. J Nerv Ment Dis 2014; 202: 479-486.
  21. Linee Guida NICE: CG178. Psychosis and schizophrenia in adults: prevention and management. London: National Institute for Health and Care Excellence 2014.
  22. Brunod M, Manoukian Olivetti F. L’organizzazione psichiatrica e i suoi dilemmi. Rivista Sperimentale di Freniatria 2005; CXXIX, n.3: 39-58.
  23. De Stefani R, Tomasi J. Le Parole Ritrovate. La rivoluzione dolce del fareassieme nella Salute mentale, Erickson, 2019.
Tags:
Caterina Corbascio
[email protected]


Contattaci

    Per commenti o suggerimenti su questo articolo compila il form

    Accetto i termini della Privacy Policy