Curare l’Invisibile: La Solidarietà Medica come Atto (Rivoluzionario) di Pace
Pubblicato a Marzo 2026La medicina è, per sua natura intrinseca, un atto di pace, un valore che è sintetizzato nella antica massima applicata alla professione medica di “primum non nocere” (primo non nuocere). Questo imperativo delinea , di fatto, un’alleanza esistente tra medico e paziente che precede e supera qualsiasi diversità politica, religiosa ed etnica. Tuttavia, esistono momenti storici in cui ‘non nuocere’ richiede al medico ben più della semplice attenzione a non recare danno per il paziente. Quando le strutture sociali crollano per esempio nel corso delle guerre o le politiche governative diventano potenziali strumenti di sofferenza, il medico si trova a un bivio: rimanere un tecnico silenzioso o diventare un agente attivo di solidarietà e pace.
L’analisi di alcuni recenti articoli pubblicati nella prestigiosa rivista medica statunitense The New England Journal of Medicine (NEJM) tra il 2025 e il 2026, insieme ad altri interventi pubblicati nella letteratura scientifica internazionale sul tema del Medical Peace Work (Medicina per la pace), delinea una nuova urgenza etica: in “tempi di crisi”, il silenzio dei medici rappresenta un potenziale ulteriore pericolo per il cittadino/paziente..
Il Medico come Testimone
Rudolf Virchow, padre della patologia moderna, affermava che “i medici sono i naturali difensori dei poveri”. Questa funzione di advocacy (difesa) è cruciale quando le crisi politiche si trasformano in potenziali crisi sanitarie. Nel loro articolo (NEJM , 2025) “The Power of Physicians in Dangerous Times” (il potere dei medici in tempi pericolosi) gli autori Chen e Murthy sottolineano come, negli Stati Uniti, i recenti e massicci tagli sui finanziamenti dedicati alla sanità attuati dal governo federale ed i cambiamenti ostili dell’orientamento politico verso determinati gruppi etnici, non rappresentino solo una semplice manovra di bilancio, ma siano minacce concrete indirizzate contro la vita e la salute di molte persone.
In situazioni di crisi come queste, il primo atto a favore della pace da parte del medico è esercitare la sua testimonianza. Di fronte ad un contesto in cui la verità viene offuscata dalla disinformazione, i medici hanno il potere/dovere unico di usare i dati sanitari e le storie dei pazienti per contrastare narrazioni politiche false e disumanizzanti. Documentare , oggi, che la paura delle deportazioni in USA, determina, come conseguenza, il fatto che i cittadini/pazienti sono portati a non rivolgersi alle strutture sanitarie, in particolare se in situazioni di urgenza, è un atto di testimonianza teso alla protezione dei pazienti che necessitano di un’assistenza.
La Crisi della “Doppia Lealtà” e la Disobbedienza Civile Sanitaria
La letteratura bioetica definisce “conflitto di doppia lealtà” la situazione in cui il medico può trovarsi schiacciato tra l’obbligo verso lo Stato (leggi, ordini militari, polizia) e l’obbligo etico nei confronti del paziente. La testimonianza dei medici dello stato del Minnesota pubblicata ancora sul NEJM (2026) dal titolo “We Do Care” (a noi importa) offre un esempio agghiacciante di questa dinamica.
Negli Stati Uniti, con l’aumento della presenza di agenti federali dell’ ICE (Immigration and Customs Enforcement) negli ospedali, di fatto, la medicina è stata militarizzata ed i pazienti, terrorizzati, per paura di essere deportati, evitano le cure. Questo vuol dire in pratica che :
- donne in travaglio arrivano in ospedale senza cure prenatali per paura di essere arrestate;
- pazienti con malattie croniche smettono di ritirare nelle farmacie i farmaci prescritti;
- bambini non vengono vaccinati ed i reparti di terapia intensiva neonatale vedono l’assenza dei genitori per paura di essere arrestati.
In uno scenario di questo tipo, la “pace” non può essere solo rappresentata dall’assenza di atti di guerra, ma è sostanziata anche dall’esistenza di spazi sicuri ed in mancanza dalla loro attiva creazione. Ed infatti, quando l’ospedale cessa di essere un santuario neutrale la salute pubblica è in pericolo e collassa.
Come possono rispondere i medici a leggi discriminatorie che hanno potenziali ripercussioni anche sul diritto alla salute? La risposta risiede in quella che possiamo definire la “disobbedienza civile sanitaria”. Di fronte al divieto implicito o esplicito di curare certi gruppi di pazienti, o alla pericolosità per i pazienti di recarsi in ospedale per cause dipendenti da scelte politiche, i medici del Minnesota hanno trasformato la loro solidarietà in logistica operativa: . - Visite Clandestine: Medici che effettuano visite domiciliari nascoste per evitare che i pazienti escano allo scoperto
- Reti di Supporto: Consegna di cibo, farmaci ed altri generi sanitari direttamente alle famiglie isolate.
- Resistenza Diretta: Il tragico caso dell’infermiere Alex Pretti, ucciso da agenti federali, e di medici che implorano di poter prestare soccorso a feriti ignorati dalle autorità di sicurezza, dimostra che la cura diventa anche un atto di resistenza fisica.
Questi atteggiamenti non devono essere interpretati come atti di carità ma rappresentano l’applicazione pratica del concetto di Health as a Bridge for Peace (La difesa della salute come ponte per la pace) un concetto originariamente sviluppato dall’Organizzazione Panamericana della Sanità negli anni ’80 e successivamente adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1997. Il movimento nasceva allo scopo di supportare gli operatori sanitari nell’erogazione di programmi di salute in situazioni di conflitto e post-conflitto, contribuendo al contempo alla costruzione della pace. La motivazione prima alla base del movimento è che mantenendo un canale di umanità aperto (curando “l’altro”, il “nemico”, l'”illegale”), l’azione del medico contribuisce a preservare il tessuto morale della società cosa che favorirà nella stessa società i processi di ricostruzione/riconciliazione una volta superato il periodo di crisi.
Il Potere della Unità della Comunità Medica
L’assalto quotidiano di notizie che dimostrano atteggiamenti ostili nei confronti di alcune categorie di cittadini/pazienti e la sensazione di impotenza di fronte agli stessi atteggiamenti possono condurre i medici al desiderio di ritirarsi ed alla tentazione di isolarsi. In un clima di paura, dove persino il personale sanitario può essere bersaglio di discriminazione in base al colore della pelle, l’unità è diventata uno scudo di protezione. Anche in questo caso, l’esperienza dei medici del Minnesota è emblematica nel dimostrare che la solidarietà medica ha anche una dimensione fisica e di sicurezza. Se un singolo medico può essere silenziato, una comunità intera di sanitari non può essere ignorata. Al punto che , nello stato del Minnesota, i medici hanno iniziato ad organizzare scorte per i colleghi vulnerabili a fine turno di lavoro proteggendoli fisicamente per il raggiungimento delle loro automobili. In momenti di difficoltà come questi diventa vitale la coesione della stessa comunità medica. Se un singolo medico può esitare a parlare per paura di ritorsioni, le dichiarazioni congiunte delle società mediche e le azioni legali collettive offrono una copertura che il singolo non potrebbe mai avere.
Su questo tema, la storia della medicina offre prove tangibili che l’azione organizzata della classe medica funziona. Sempre in USA, durante la Freedom Summer del 1964, la presenza organizzata di medici fornì cure essenziali agli attivisti per i diritti civili. Nello stesso modo, durante la Guerra Fredda, i medici raccolti nel gruppo Physicians for Social Responsibility giocarono un ruolo chiave nel cambiare l’opinione pubblica sui trattati nucleari.
Questi precedenti storici non sono citati quali aneddoti ma rappresentano dei modelli operativi a dimostrazione del fatto che “quando si trova la forza di agire, il coraggio diventa contagioso” e questo rinnovato coraggio può trasformare la frustrazione individuale in un potere collettivo capace di proteggere la salute di tutti.
Conclusioni
La vera essenza del ruolo del medico in tempi di conflitto si cristallizza in un singolo, devastante scambio di frasi avvenuto sulle strade del Minnesota. Di fronte a Renee Nicole Good, una donna morente, un medico ha implorato un agente federale armato di poterle controllare il polso e prestarle le cure. La risposta dell’agente, rappresentante di una politica disumanizzante, è stata gelida: “I don’t care” (“Non mi importa”). È in questo vuoto morale che la medicina trova la sua più potente affermazione rivoluzionaria. “We do Care” (“a noi importa”) è il titolo della dichiarazione pubblicata sul NEJM è firmata dalle Società Medico-Scientifiche e da decine e decine di medici dello stato del Minnesota. Questa risposta non rappresenta uno slogan ma è l’applicazione pratica di cosa sia il Medical Peace Work (l’Azione Medica per la Pace), una disciplina operativa salvavita che:
1. rifiuta la normalizzazione della violenza insegnando che la violenza di stato non è solo una “emergenza politica”, ma anche un’emergenza sanitaria da trattare con la stessa urgenza di un’epidemia;
2. trasforma l’intervento medico in una forma di resistenza civile disarmata perché curare chi è perseguitato, chi è “illegale” o chi è stato lasciato indietro non è solo un atto clinico, ma un atto di costruzione della pace che ricuce lo strappo nel tessuto sociale causato dall’indifferenza delle istituzioni .
La vicenda del Minnesota traccia la rotta per il futuro della professione medica. Se le società moderne continueranno a frammentarsi sotto la spinta di paure e nazionalismi, gli ospedali e i medici dovranno diventare sempre più delle “zone di pace” attive. Il futuro richiederà medici che siano non solo tecnicamente eccellenti, ma eticamente addestrati anche (al limite) praticare la “disobbedienza civile sanitaria”. La sfida per le prossime generazioni di camici bianchi sarà quella di mantenere viva l’umanità — controllando quel polso, tenendo quella mano — proprio quando il mondo ordina di voltarsi dall’altra parte. Perché in un mondo che grida “I don’t care”, il semplice, ostinato atto di aver cura diventa la più potente arma di pace a nostra disposizione.
Bibliografia
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