Ci sono livelli essenziali di assistenza/prestazioni per “disturbi mentali”?
Pubblicato a Marzo 2026Caterina Corbascio, medico psichiatra, Torino
Filippo Gastaldi, medico psichiatra, Torino
Gianni Tognoni, epidemiologia, salute pubblica, Milano
Faceva parte esplicita degli obiettivi e degli impegni di questo spazio di riflessione-informazione (e possibilmente dialogo) sulle aree con domande senza facili o scontate risposte, creare uno spazio quanto più possibile regolare alle strategie terapeutiche – assistenziali che rimandano all’universo delle ‘malattie mentali’. Lo stato di ‘orfanità della psichiatria ricorre regolarmente nelle riviste più importanti di medicina, per sottolinearne la povertà macroscopica – sia di interesse ed investimenti di ricerca, sia, ed in modo ancor più marcato, di risultati per quanto riguarda innovazioni terapeutiche rilevanti – soprattutto rispetto ad altre aree mediche con pari rilevanza in termini di visibilità epidemiologica a livello globale.
La rilettura, recentissima e molto autorevole, su quanto si sa su un gruppo più di ogni altro rappresentativo di farmaci come gli antipsicotici (1) descrive di fatto con molto rigore una situazione bloccata su conoscenze ‘storiche’, e sempre più perciò dissociate ed irrilevanti per le popolazioni ed i bisogni inevasi che si sono via via resi visibili e prioritari con l’ epidemiologia e la cultura di salute pubblica degli ultimi decenni. Il ritorno della discussione (…con echi, per toni e contenuti, che rimandano a tempi ‘antichi’) sul ruolo delle terapie, tecnologicamente aggiornate, di elettroshock, nella gestione di situazioni depressive resistenti a farmaci (…anche questi, nelle loro diversità farmacologiche, sostanzialmente ‘antichi’), non fa che confermare una situazione di profonda ambiguità, e soprattutto ‘altra’ rispetto a tutto quanto si è sviluppato (con tutti i limiti e le contraddizioni) nel resto delle aree ‘mediche’.
Al di là delle appena citate, in fondo ‘classiche’, almeno nelle loro definizioni, si moltiplicano le ‘constatazioni’ ripetute e commentate nei modi più disparati (con statistiche, narrazioni, …) anche nei media più diffusi e sui social, di un aumento preoccupante di ‘disagio psichico’ specie nei giovani (…quali e quanti intervalli di età’?), un mondo ulteriormente poco esplorato alle sue frontiere con la ‘normalità’, della salute o dei comportamenti. Anche qui il linguaggio evoca e non definisce, incerto tra echi di discipline tra loro collegate, ma fortemente dissociate come medicina e psicologie, e tutto lo spettro delle sociologie.
Per non dimenticare i disturbi-sintomi-deficit delle popolazioni anziane ai confini con le patologie neuro degenerative, che sono area di terapie psicofarmacologiche da sempre sostanzialmente ed inevitabilmente empiriche, data la loro basilare ambiguità nella definizione dei determinanti causali e degli obiettivi: un controllo senza effetti indesiderati; una sedazione importante (necessaria o meno, per le ragioni più diverse, più o meno sostitutive di risorse di cura-accoglienza-riabilitazione); una banale routine come parte di una cronicità, familiare od istituzionale, sempre combattuta tra ‘coperture’ prescrittive e strategie de-prescrittive.
Con un ultimo ambito, che emerge in modo più marcato nelle indagini che sono oggetto di cronache non sanitarie, ma che sono importanti nel determinare gli immaginari collettivi ed operativi della ‘sicurezza’ e non della cura: le ‘istituzioni’, che sono sempre rimaste ai margini o fuori-contro la negazione basagliana, e la logica-pratica della contenzione: le carceri, di tutte le età e gravità, e loro equivalenti più o meno peggiorativi come i CPR.
L’orfanità di ricerca-investimenti più direttamente farmacologico-sanitari nelle aree sopra accennate ha investito progressivamente anche tutto il mercato che ha come protagonista determinante l’ industria, farmaceutica o in un modo o nell’altro sanitaria: il ‘bene comune’ di un welfare comprensivo della vita delle persone, a livello individuale e comunitario non ha risposto, non solo in Italia, con investimenti compensativi, di servizi e di prossimità, e non solo di esercizi più o meno eleganti di promesse e di raccomandazioni. La realtà che si è venuta a creare è quella di uno spazio di bisogni inevasi, diffusi, percepibili, frammentati. Con due scenari di risposte: a) picchi, importanti, di patologie da controllare ma come emergenze da tamponare con le risorse disponibili, e non come indicatori di ‘adozioni’ strutturali, in termini di sperimentazioni assistenziali trasversali alle discipline e alle istituzioni, civili e sanitarie; b) spazi, di fatto ‘’periferie”, coincidenti con la loro definizione combinata di marginalità sociale, abitativa, di accessibilità a servizi, che diventano oggetto di un mercato di interventi, più o meno solidaristici o interessati, da parte di uno spettro di attori e di competenze che non permettono certo di avere un’idea realistica del se e del quando e del come e con quali risultati i bisogni di dignità umana (inclusa quella sanitaria) hanno trovato una risposta.
Senza pretendere, ovviamente, di essere competenti ed ancor meno titolari, di risposte alla situazione appena abbozzata, si è pensato che con questa prima riflessione (alla quale si vorrebbe che seguisse un dialogo, di critiche e di contributi), si vorrebbe garantire almeno una presenza continuativa sui temi accennati. Con una intenzione ben precisa: confrontarsi con la ‘orfanità da cui si è partiti, per favorirne anzitutto una visibilità che ne permetta una più o meno facile/possibile, adozione: in termini di pratiche concrete, immaginando che la situazione che viviamo ha bisogno di diagnosi che non rimangono tali, ma si traducono in sperimentazioni, fatte di condivisioni concettuali ed insieme di scenari in cui si possano, o già si stanno attuando.
Il titolo, pretenzioso o un po’ misterioso, dato a questa riflessione, pone di fatto una domanda molto concreta ed urgente, che è il quadro di riferimento politico, economico, culturale di tutto quanto si è detto: è possibile ridare alla “psichiatria” il suo ruolo, prioritario, di verifica, permanente, sempre in fieri, di indicatore del diritto umano alla dignità: attribuito, non affermato: coerente con l’articolo 3 della costituzione, che è quello obbligatorio perché sia realizzato il 32?
Bibliografia
Barbui C, Ostuzzi G, Antipsychotic medicines for schizophrenia: time to move forward,The Lancet, 407, 829-831