Auguri per il nostro primo compleanno
Pubblicato a Marzo 2026Non potendo certo immaginare, piccoli come siamo, che ci arrivassero auguri, abbiamo pensato di farceli da soli, con questo appuntamento editoriale: proponendo citazioni e parole-chiave ricavate, come sempre, con la stessa attenzione, dalla letteratura, e dal mondo in cui si vive.
La prima citazione, obbligatoria, certo strana a prima vista, è da leggere in stretta continuità con quella che segue, che ci porta in un contesto più classico come il NEJM. Si tratta di un libro, antico, del 1949, classico per avere immaginato e raccontato un mondo capovolto, surreale ma come un sogno-incubo concreto, ricomparso in grande evidenza sia nelle librerie, che nelle cronache sul disordine mondiale, con picchi negli ultimi mesi: 1984, di G. Orwell. L’appropriatezza della citazione è confermata in modo esemplare nei giorni in cui questa nota viene scritta: con il “World Board of Peace” (di cui come Italia siamo spettatori paganti) va in scena da Washington, per il mondo che conta, la ‘rappresentazione’, come un vero teatro, del nucleo costitutivo di 1984: i nomi sono il capovolgimento-negazione delle realtà: la continuazione della guerra-genocidio attraverso la sua trasformazione in un affare economico viene chiamata pace, mondiale: garantita da coloro che si autoproclamano i padroni della storia e della sua ricostruzione-distruzione, simbolica e concreta, a Gaza. Ciò che è più grave, e coerente con la logica surreale di 1984, è la contemporanea cancellazione dalle agende della politica dell’universo, sempre in espansione, di morti, scomparsi, mutilati, al di là della Palestina, dell’Ucraina, del Sudan, del Congo, di Myanmar, dei Kurdi: oltre che, come memoria più vicina al nostro mondo di spettatori paganti, gli ‘approdi individuali’, da annegati, dei migranti sulle nostre coste.
Agli scenari da 1984 corrispondono le stime, anch’esse sempre in crescita, che ‘popolano’, letteralmente, la letteratura professionale-scientifica (vedi, per brevità, Lancet, nelle sue diverse edizioni) che provano a quantificare le vittime dei tagli a tutti i programmi di assistenza e di accoglienza dei paesi del Sud del mondo prodotte con un tratto di penna dal grande presidente a vita del Board of Peace, e dagli aggiustamenti dei budget nazionali per fare spazio ai bilanci militari.
La citazione che integra la precedente è un commento, storico e culturale, rigorosamente documentato, allo scenario sopra evocato, che compare nella sezione ‘Medicine and Society’ del NEJM (1): un articolo corposo, 5 pagine fitte fitte, con la dovuta bibliografia.
Le parole-chiave del titolo ne riassumono l’interesse: ‘freedom of speech’ vs ‘visibility of science’. Tema centrale l’attacco frontale alla libertà-ruolo della scienza come parte dell’attacco alla democrazia che è stato al cuore del Maccartismo negli USA del dopoguerra: a chi non obbediva al potere politico di una destra sociale-militare veniva dato un nome di nemico, da controllare, o espellere, o in ogni caso zittire. Il protagonista principale è un medico, grande ricercatore, cardiologo, epidemiologo, metodologo originale, autore di riferimento: che semplicemente non ha rinunciato al suo diritto-dovere di libertà di parola, diventando la scintilla di una rivoluzione anche professionale, non facile, ma che ha vinto. Una storia tutta da leggere, che in chiusura viene posta esplicitamente come un interrogativo cui rispondere per il 1984 attuale, in cui sembra così difficile chiamare per nome i re nudi, grandi e piccoli, dell’USA, ma non solo, per non subirli. Erano allora i tempi in cui, anche nel nostro piccolo paese, l’obbedienza non era più una virtù, né per il servizio militare, né per la psichiatria, e si poteva pensare, insieme allo statuto dei lavoratori e a fare della salute un diritto non solo dichiarato, ma attribuibile.
La tematica tra rassegnazione e presa di coscienza non è isolata, anzi. Anche solo con i loro titoli, tre articoli di Science (2-4) brevi, precisi, sono il pro-memoria, strettamente tecnico, di come è importante essere coscienti di vivere in un ‘tempo distopico’ (…le traduzioni di questa espressione che va per la maggiore sono libere), nel quale gli intrecci tra interessi e metodi ‘scientifici’, ri- distribuzioni di poteri e risorse , gestione manipolatoria di dati ed informazioni sfidano tutte le esigenze e le dichiarazioni-illusioni di trasparenza e di affidabilità (5, 6).
Una prima risposta a questo compito di avere gli occhi aperti e chiamare le cose per nome viene proposto già da questo numero con un richiamo ad un tema tanto antico, da essere facilmente dimenticato: o da essere confinato nel mondo virtuale della bioetica: quello dei conflitti di interesse ( v. ….), sempre più avviati ad essere una componente normale della cultura e delle pratiche sanitarie in tutti gli scenari in cui, nella produzione-utilizzazione delle conoscenze scientifiche, l’indipendenza dai poteri non solo economico-finanziari è un problema concretissimo ed inevitabile, ancor di più in tempi di algoritmi e di IA (7,8).
Il rimando obbligato è alla serie di contributi che compaiono in letteratura su una delle sfide più attuali della ricerca e delle politiche di salute pubblica: la traduzione-applicazione delle conoscenze disponibili nei contesti concreti cui si dovrebbero applicare: la ‘implementation’ (termine che evoca attori e contenuti strettamente gestionali) ha letteralmente invaso la letteratura medico-scientifica, tanto da imporre, in questa sede, per brevità, solo una citazione esemplare e che rimanda ad una serie di contributi mirati (9,10). Nulla di nuovo, si potrebbe dire: si riprende l’antico richiamo di Cochrane (anche qui si era ai confini anni ‘60-70 del secolo scorso) alla necessità di coniugare la efficacy in termini di effectiveness. Con una grossissima differenza tuttavia: la sanità non è più parte di un progetto di ricerca che ha come oggetto ed obiettivo l’accessibilità universale ai diritti di salute, ma un mercato di soluzioni e di attori, che segue le regole dei mercati in termini di costi e sostenibilità. La sanità è stata colonizzata: è interessante che questo termine sia migrato dalla politica- sociologia nella letteratura medico-scientifica: non come un giudizio di valore e di critica più o meno progressista, ma come una indicazione metodologica per analizzare e comprendere i meccanismi ed i vincoli che rendono sempre più evidente la dipendenza ‘coloniale’ della sanità da poteri che ne prevedono una gestione che non ha più come misure di outcome la qualità oltre che la quantità della vita delle persone, ma la sostenibilità strettamente economica (11-12). È pensabile una de- colonizzazione? Per riprendere un testo classico italiano: È possibile che il calabrone (la sua capacità di volare va contro le previsioni della fisica) della sanità pubblica possa continuare a volare, per riprendere un classico, ora molto riattualizzato, e disincantato? (13)
Può essere utile prendere un esempio concreto, per chiamare per nome, semplicemente, ciò di cui si sta parlando. Siamo alla vigilia della fine del periodo previsto per utilizzare i fondi del PNRR destinati alle ‘case di comunità: dopo il COVID erano state immaginate come espressione-strumento per una evoluzione democratica, di prossimità reale ai bisogni dei cittadini con problemi, non solo strettamente sanitari. Ufficialmente, il nome centrale era ‘comunità’: da costruire in modo partecipato, a misura dei bisogni concreti, immaginandone anche una casa dove trovare servizi, accoglienza, con una trasformazione innovativa anche dei ruoli degli operatori. I dati disponibili dicono, senza pietà, che il tutto si è tradotto in ‘case’, edifici, o anche solo etichette cambiate: senza fondi, progetti, personale. E anche così ridotte, le case, senza comunità, sono diventate una ulteriore misura di discriminazione, tra Nord e Sud, tra centri e periferie. Una ‘implementation’ perfettamente ignorata, oggetto di interminabili dibattiti, in assenza di dati epidemiologici, e con fantasiose promesse di chiudere presto, magicamente, anche con le liste di attesa. Un invito a rassegnarsi al privato, o alla rinuncia alle cure.
Lo scenario evocato nell’articolo del NEJM non era una critica: era il promemoria del fatto che la visibilità anche sociale della scienza parte dal chiamare per nome le realtà con cui si ha a che fare. Soprattutto quando ci si trova in contesti 1984.
In Italia, come nel mondo, i dati sono tutti disponibili: anche se (ed è l’ultimo scenario concreto, e grave di questo aggiornamento) le loro elaborazioni più o meno umane o artificiali (anche questo era uno dei ‘pilastri’ del PNRR) sembrano essere protette con la stessa logica di ‘riservatezza’, ‘non trasparenza’, manipolazione di nomi e responsabilità di tutti i mondi 1984. L’epidemiologia reale della vita delle persone nella diversità-diseguaglianza (quella sopra raccontata dal NEJM) è rigorosamente assente dai dati ministeriali e regionali, le agenzie garanti di trasparenza sono politicamente ‘presidiate’, continuano nella sostanziale segretezza dei dati reali guerre (sostanzialmente economico-giuridiche: ai confini iper permeabili al privato) di definizione dei livelli essenziali di assistenza, prestazioni, cura.
Gli auto-auguri sono già troppo lunghi, ed è bene tirare brevemente le fila indicando linee operative concrete. Vorremmo confermare l’obiettivo di questo nostro lavoro.
Nessuna pretesa di completezze informative: impegno ad essere coscienti di vivere in un 1984, nel quale le metodologie di fondo sono quelle di tenere gli occhi bene aperti, e di chiamare le cose con i loro nomi. (14)
Nell’impegno ad una ‘implementation’ non fatta di parole si darà più spazio a ciò che fa da ponte tra sanità-scienza e vita-sanità: con una presenza di uno sguardo economico, una accentuazione (per riprendere un’altra delle parole-chiave più a rischio di rimanere un nome staccato dalla realtà come ‘comunità’) del contributo infermieristico, e dell’attenzione alle popolazioni più orfane di conoscenze-pratiche a misura dei bisogni, come quelle ai confini con il disagio-disabilità-non autonomia della ‘psichiatria’. (15)
Bibliografia
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