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L’irresistibile ascesa degli IA – Tra successo commerciale e critiche dal mondo scientifico

n. 4 - 2025

L’irresistibile ascesa degli IA – Tra successo commerciale e critiche dal mondo scientifico

Gian Franco Nasi – Farmacista

IA: un mini-acronimo molto didattico
Questa breve nota mira anzitutto, e necessariamente, a leggere il contributo di Gian Franco Nasi che conclude il percorso informativo sui nutraceutici. Si scoprirà a questo punto che l’acronimo rimanda agli integratori alimentari, e che la loro storia e posizione attuale nel mercato globale è in qualche modo un indicatore molto significativo non solo  del grado di penetrazione del mercato nella sanità-salute (cosa tanto più nota, da non meritare commenti), ma del come e quanto l’intero universo normativo, conoscitivo, culturale, organizzativo della salute è “integrato” ( la scelta del termine dell’acronimo è perfetta con la sua apparente neutralità tecnica, e  fortissima capacità di suggestione positiva) attraverso un termine, alimentare, che rimanda ad un universo assolutamente non medico, ma che è molto più basico, strutturale del vivere. Gli IA non sono per le malattie. Le prevengono, le riabilitano, ne sconfiggono la fragilità, non fanno dipendere dalle infinite e non sconfiggibili liste di attesa, della normativa, delle visite e ricette mediche.
Tutte cose note, anche queste, ma che ci sembra interessante, nella logica di questo nostra avventura informativa, collegare a quanto proposto nell’altro editoriale: ovviamente del tutto diverso dagli IA, ma che, ripercorrendo una letteratura radicalmente diversa (non a favore o contro), in termini di metodologie per produrre conoscenze, di destinatari-lettori, di scenari scientifici- culturali. Si scopre o, meglio, si constata sempre di più, che la salute è sempre più dipendente, per i suoi problemi di fondo, senza ricette-rimedi disponibili, da “determinanti” molto più di fondo: la povertà, la alimentazione, i disastri climatici. Le guerre… nel cuore di questo mondo ben noto, ma di cui si è accettato di essere spettatori, un altro acronimo si sta facendo strada, non con la aggressività invitante e tranquillizzante di una propaganda tra le tante, ma con tutte le caratteristiche dei poteri ‘determinanti’ sopra ricordati. La IA (la bibliografia corrispondente è indicata per chi è curioso ed interessato), che ha un mercato decine e decine di volte più grande in termini di investimenti e di costi derivati per tutti noi rispetto agli IA (i dati forniti da Nasi sono per altro molto istruttivi) rappresenta la versione più ambigua di quanto viene proposto come risolutivo nella medicina (e nel nostro PNRR). La sua “integrazione” dell’intelligenza umana è a rischio, sempre meglio evidente, di dichiarare che le vite, le scelte, i valori derivanti dalla libertà-dignità di essere umani e perciò diversi sono “variabili confondenti”.
Chi sa mai che anche su questa (arrischiata? Da verificare attraverso tanti commenti?) riflessione si possa aprire anche un dibattito.
Le conclusioni molto sagge e lucide sugli IA non hanno bisogno di essere integrate. La provocazione ad interessarsi del mondo reale, pieno di tante malattie per cui non ci sono né medicine né integratori è un invito alla ricerca integrata nella vita: senza scadenze.

La Redazione

Il consumo di integratori alimentari (IA) è in costante aumento in molti paesi con stili di vita “occidentali”. Si stima che il valore globale del mercato di questi prodotti sia stato di 192,65 miliardi di dollari nel 2024 e si prevede che raggiungerà i 414,52 miliardi di dollari entro il 2033 (1). In Italia, il mercato degli IA è passato da 125 milioni di confezioni nel 2013 a 200 milioni nel 2023 (2), con un fatturato che ha superato i 4,6 miliardi di euro nel 2023 (3) e proiezioni che indicano il valore di 5 miliardi entro il 2025.  Nel 2024 sono state vendute in Italia 219,63 milioni di confezioni di integratori, al prezzo medio di 18,6 € contro 207,34 milioni di confezioni di farmaci di automedicazione (prezzo medio =10,7 €) (4).

Le ragioni di questo indiscutibile successo commerciale vengono attribuite dall’industria di settore al ruolo centrale che gli integratori svolgono nella ricerca del benessere fisico e mentale da parte degli italiani. Secondo una indagine:

circa 8 italiani su 10 (77,7%) hanno una percezione degli integratori alimentari molto vicina alla realtà. Sono stati definiti spontaneamente soprattutto come un “aiuto a colmare le carenze dell’organismo”, ma anche come “un supporto per rafforzare l’abitudine a mangiare sano e a fare movimento” e, parimenti, “sono per tutti, per un benessere complessivo”. Appare, quindi, molto chiara l’opinione che gli italiani hanno degli integratori – sostengono il benessere e non sostituiscono le medicine – e l’idea dei bisogni che soddisfano” (2).

L’imponente crescita del mercato stride fortemente con le critiche che vengono mosse agli IA in molte pubblicazioni scientifiche internazionali che, a supporto dei loro severi giudizi, portano i risultati di grossi studi clinici nei quali non sono risultati superiori al placebo e, talora, hanno comportato seri rischi per la salute. Così si concludeva, ad esempio, un caustico editoriale di una importante rivista medica americana (5):

Sebbene le prove disponibili non escludano piccoli benefici o danni, o grandi benefici o danni in un piccolo sottogruppo della popolazione, riteniamo che il caso sia chiuso: integrare la dieta di adulti ben nutriti con (la maggior parte) di integratori minerali o vitaminici non ha alcun beneficio chiaro e potrebbe persino essere dannoso. Queste vitamine non dovrebbero essere utilizzate per la prevenzione delle malattie croniche. Quando è troppo, è troppo”.

Uno studio (6) pubblicato nel 2016 ha preso in esame l’andamento delle vendite di integratori negli Stati Uniti nel periodo 1999-2012, un’epoca di numerosi studi sugli effetti sulla salute di diversi integratori (multivitamine per prevenire il cancro e le malattie cardiache, Echinacea per curare il comune raffreddore, Iperico per curare la depressione, vitamina E per prevenire il cancro alla prostata), grazie anche a cospicui finanziamenti pubblici del National Institutes of Health (NIH). Nonostante i risultati negativi di questi studi, l’indagine non ha riscontrato alcun calo nei consumi: il 52% (IC 95%, 49%-54%) degli adulti statunitensi nell’indagine 1999-2000 e il 52% (IC 95%, 49%-55%) nell’indagine 2011-2012 ha riferito di aver utilizzato integratori nei 30 giorni precedenti.

Il successo tra i consumatori 

Le ragioni di questo paradosso sono state discusse in un editoriale di commento all’articolo di Kantor e al. da parte di un altro ricercatore, particolarmente attivo nella critica alla legislazione e all’industria degli integratori negli USA.

Secondo questa analisi, almeno quattro fattori concorrono allo scarso effetto degli studi negativi sui comportamenti d’acquisto dei consumatori:

  1. i consumatori non sono consapevoli di questi risultati negativi e quindi continuano a utilizzare i prodotti che utilizzano già da anni. In questi casi, spetterebbe ai medici informare i pazienti dei risultati negativi degli studi. Altri consumatori potrebbero non avere fiducia nel processo scientifico, nel qual caso è improbabile che la consulenza di un medico porti a cambiamenti significativi nell’uso degli integratori.
  2. I risultati degli studi possono essere controintuitivi per molti consumatori ai quali è stato insegnato che è importante assumere vitamine e sali minerali. I medici possono aiutare a ricordare ai pazienti che non vi è alcun beneficio nell’ottenere vitamine da una pillola piuttosto che dal cibo convenzionale.
  3. Un terzo fattore è che la legge offre ai produttori un margine di manovra significativo per pubblicizzare integratori per un ampio spettro di condizioni. La normativa americana del settore (il DSHEA) (7) consente la promozione di integratori: affermazioni come “l’integratore X preserverà la salute del cuore” o “l’integratore Y manterrà la prontezza mentale” sono consentite senza l’autorizzazione pre-commercializzazione della FDA.
  4. Infine, anche dopo la pubblicazione di studi di alta qualità che non mostrano differenze cliniche significative tra integratori e placebo, la legge offre ai produttori la possibilità di continuare a pubblicizzare i loro prodotti sulla base di dati precedenti e di bassa qualità. Ad esempio, il Ginkgo biloba continua ad essere venduto “per sostenere l’acutezza mentale” nonostante un ampio studio finanziato dal NIH abbia dimostrato il contrario (8).

Si può senza dubbio aggiungere a queste spiegazioni anche la percezione diffusa tra i consumatori (e molti operatori sanitari) che gli IA sono prodotti “naturali” e pertanto “benefici e sicuri”, quando invece si è consolidata nel tempo una considerevole casistica di reazioni avverse e casi di tossicità (9).

In Italia, l’interesse dei consumatori rispetto agli integratori alimentari non sembra diverso.  Un’indagine del CENSIS del 2019 ha rilevato che.

il 74% degli italiani (l’80% tra i laureati, il 76,9% tra le donne, il 75,1% tra i 35-64enni) che hanno utilizzato integratori alimentari ne valuta positivamente le conseguenze sul proprio organismo. Solo l’1,7% lamenta esiti non positivi. Chi ha assunto integratori alimentari ha registrato effetti positivi in linea con gli obiettivi attesi. Importante è la funzione svolta dagli integratori per la prevenzione. Il 58,1% di chi assume integratori gode di uno stato di salute ottimo o buono. Gli integratori alimentari diventano così una componente stabile di strategie individuali, con il riferimento del medico o del farmacista in gran parte dei casi, per assicurarsi una buona salute” (10).

Pertanto, dall’insieme di questi dati, si può dedurre che la stragrande maggioranza degli italiani è felice di spendere di tasca propria quasi 5 miliardi all’anno per l’acquisto di integratori alimentari, anche se sono già in buone condizioni di salute.

In questo articolo si vuole esaminare l’ipotesi che la crescita del mercato in Italia non sia alimentata unicamente dalla soddisfazione dei consumatori rispetto ai loro problemi nutrizionali o di salute, ma sia in larga misura il risultato di carenze normative e di pervasive strategie di marketing.

Osservazioni sulla presentazione degli IA ai consumatori
 

Come si è visto in un precedente contributo (11), in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, la normativa sugli integratori alimentari è più esigente che negli Stati Uniti ma presenta ancora limiti molto importanti, soprattutto sui prodotti di origine vegetale.

Gli integratori sono definiti come “prodotti alimentari destinati a integrare la comune dieta” e non possono vantare, per legge, proprietà di cura o prevenzione delle malattie. Pertanto, in Italia nessun IA in commercio può dichiarare di ridurre la mortalità, di curare il cancro, o di ridurre il decadimento cognitivo dovuto alla malattia di Alzheimer, per fare alcuni esempi. Questo fa sì che le critiche mosse agli IA sulla base di autorevoli studi che non ne hanno dimostrato l’efficacia nella prevenzione di malattie croniche o per la riduzione della mortalità non sono direttamente utilizzabili per negare l’efficacia degli IA che sono infatti associati ad “obiettivi” più soft, difficili da esplicitare (e quindi anche da misurare) con solidi esiti di salute. Di conseguenza, le indicazioni di impiego sono sempre molto generiche, introdotte da termini come contribuisce/favorisce/supporta/ contrasta/aiuta/riequilibra…). Nessuno è pertanto in grado di dire quanto un IA contribuisca/aiuti/ecc. l’organismo di una persona in buono stato di salute a raggiungere le condizioni di benessere o il miglioramento di alcune funzioni fisiologiche, perché (quasi) mai esistono studi controllati che valutino gli effetti di uno specifico IA. Così, chi decide di assumere un integratore non sa come quantificare, anche solo in termini probabilistici, l’entità del beneficio che ne può avere.  Significativo, in questo senso, è quanto previsto dall’art. 14 del Regolamento europeo, relativo a claims di riduzione del rischio di malattia (pochissimi casi), che stabilisce: “per le indicazioni sulla riduzione dei rischi di malattia, l’etichettatura, o in mancanza di etichettatura, la presentazione o pubblicità reca anche una dicitura indicante che la malattia cui l’indicazione fa riferimento è dovuta a molteplici fattori di rischio e che l’intervento su uno di questi fattori può anche non avere un effetto”.

Una caratteristica molto diffusa è quella di associare nello stesso prodotto più ingredienti aventi attività simile (es. diversi antiossidanti) o completamente diversa (es. vitamine + fitoterapici o probiotici). Questo consente al marketing aziendale di presentare i prodotti ai consumatori come risultato di approfonditi studi di formulazioni complesse, quando in realtà non fanno che riportare alla luce una vecchia pratica dell’industria farmaceutica – miscelare fra loro dosi ridotte di più ingredienti – fortemente criticata in passato, per la maggior esposizione del consumatore a numerose sostanze che si presumono dotate di una qualche attività sull’organismo e potenzialmente in grado di interagire con i farmaci.

Un esempio di questa scarsa trasparenza nei confronti dei consumatori (e probabilmente anche dei sanitari) è presentato nel seguente box e nella tabella I.

Il caso degli integratori per il “supporto alla vista”.
In Italia sono in commercio diversi integratori consigliati per il “supporto alla vista” o il “mantenimento della capacità visiva”. In realtà, è cosa ben nota che questi integratori vengono consigliati dagli specialisti prevalentemente alle persone affette da Degenerazione Maculare legata all’età (AMD), la causa principale di cecità in persone di età >50 anni. Non esiste alcun trattamento efficace per la fase iniziale dell’AMD, ma due studi condotti negli Stati Uniti (AREDS (12) e AREDS-2 (13) hanno dimostrato che un integratore alimentare contenente alte dosi di vitamine C, E, zinco, rame e beta-carotene (AREDS) o luteina/zeaxantina (AREDS-2) è in grado di ridurre il rischio di sviluppare la forma avanzata di AMD nel 25% circa dei casi, mentre non è efficace nella prevenzione della malattia o nelle fasi avanzate. Tuttavia, nelle formule di cinque integratori esaminati, tra i più venduti e consigliati dagli specialisti italiani, la quantità degli ingredienti non si avvicina minimamente a quella utilizzata negli studi AREDS. Solo in due casi, sul sito web o nel foglietto di istruzioni di questi prodotti, viene citata la “degenerazione maculare senile” o “alterazioni a carico della macula lutea”, mentre negli altri casi si parla più genericamente di “supporto alla vista” o “mantenimento della capacità visiva”. Inoltre, non vi è alcun riferimento alla mancanza di efficacia degli integratori nella prevenzione primaria della AMD e in nessun caso vengono esplicitamente citati o riportati i risultati degli studi AREDS, che significherebbe uno sfruttamento della reputazione di questi studi senza avere una prova scientifica diretta che il prodotto, fortemente sotto dosato, funzioni allo stesso modo. In un caso è addirittura totalmente assente la vitamina C; la vitamina E è sempre fortemente sotto dosata, così come zinco e rame. Solo la luteina è presente in alcuni casi nella stessa proporzione della formula originale. In 4 dei prodotti esaminati sono poi presenti ingredienti estranei alla formula AREDS-2. Pertanto, il panorama commerciale degli integratori per la AMD è caratterizzato da un grande divario tra prodotti disponibili e loro validazione scientifica. Se l’efficacia della formula AREDS è intrinsecamente legata a dosi elevate e specifiche dei suoi ingredienti, come dimostrato negli studi, allora i prodotti con dosaggi inferiori non possono garantire lo stesso beneficio clinico. Ciò crea una situazione in cui i consumatori acquistano prodotti su consiglio di un medico specialista che sono di fatto inefficaci (salvo dimostrazione scientifica contraria) per rallentare la progressione della AMD. Questa disparità ha implicazioni significative per la salute pubblica, potendo generare false speranze nei pazienti, spreco di risorse finanziarie per integratori inefficaci e, soprattutto, la perdita di un’opportunità cruciale per un intervento tempestivo ed efficace per gli individui che necessitano della formulazione AREDS. Ciò sottolinea l’importanza che anche i professionisti sanitari prestino attenzione che le formulazioni che consigliano o prescrivono siano quantomeno fortemente simili nei componenti e nei dosaggi a quelle clinicamente validate, se esistenti. Una pubblicazione scientifica del 2015 di specialisti oftalmologi denunciava una situazione abbastanza simile anche negli Stati Uniti (14).

Tabella I

Formula AREDS2 (A)Esempi di formule in commercio in Italia
ComposizioneDose (mg)Formula 1 mg (%) (b)Formula 2 mg (%) (b)Formula 3 mg (%) (b)Formula 4 mg (%) (b)Formula 5 mg (%) (b)
Vitamina C50060 (12%)090 (18%)90 (18%)90 (18%)
Vitamina E268 (c)10 (3,7%)30 (11,2%)30 (11,2%)30 (11,2%)90 (18%)
Luteina1010 (100%)10 (100%)10 (100%)710 (100%)
Zeaxantina20,5 (25%)2 (100%)2 (100%)21 (50%)
Zinco8010 (12,5%)10 (12,5%)22,5 (28,1%)15 (18,7%)7,5 (9,4%)
Rame20,5 (25%)1,1 (55%)1 (50%)1 (50%)1 (50%)
Altriacidi ω-3 (d), troxerutina,. B1, B2, B3, B6, B12, acido folico, manganese, selenioB2, B6, B12 acido folico, ginkgo bilobaacidi ω-3 (d), astaxantinaVitamina D, meso-zeaxantinaacidi ω-3 (d))
Indicazioni Per il supporto della vistaPer il mantenimento della capacità visiva normale + altre 4 funzioniFavorisce i normali processi biochimici delle cellule retiniche e può quindi essere utile in caso di alterazioni a carico della macula lutea.Per prevenire e rallentare la progressione della DMLE (Degenerazione Maculare Legata all’Età)Contribuisce alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo e al mantenimento della capacità visiva normale.
NOTENOTE: La differenza tra le formulazioni utilizzate nei due studi, entrambe brevettate, sta nella sostituzione, nell’ AREDS2, del beta carotene con la zeaxantina, dato che il beta carotene è sospettato di poter indurre cancro al polmone.Il valore % è calcolato rispetto alla quantità di ingrediente attivo presente nella formulazione AREDS2Equivalenti a 400 UI = Nello studio AREDS2 è stata valutata anche l’aggiunta di acidi grassi omega-3 (350 mg di DHA e 650 mg di EPA), senza riscontrare alcun beneficio aggiuntivo complessivo nel ridurre la progressione della AMD. 

Osservazioni sul successo degli IA

Nelle prime posizioni delle statistiche di vendita degli IA in Italia si trovano le vitamine e i minerali o associazioni dei due (MVM). Le vendite di questa categoria di prodotti sono cresciute in modo significativo probabilmente anche per la “crescente prevalenza di carenze nutrizionali” della popolazione, attribuita dalla stampa generica soprattutto a una diminuzione dei livelli di micronutrienti nel suolo a causa del suo esaurimento per pratiche agricole intensive. La fonte di riferimento è costituita dalla letteratura scientifica (15) che ha confrontato i dati nutrizionali provenienti da tabelle di composizione degli alimenti pubblicate a distanza di molti anni, anche se gli autori hanno spesso esplicitamente riconosciuto i limiti dei loro dati e delle loro analisi. Nei fatti, internet e stampa banalizzano un dibattito scientifico su questo tema che presenta aspetti molto complessi. Diversi studi hanno documentato sì variazioni (sia in aumento che in riduzione) del contenuto di nutrienti fra diversi periodi storici, ma la variabilità viene attribuita soprattutto alle diverse varietà dei vegetali coltivati nei due periodi esaminati, per la ricerca di un compromesso tra resa di produzione e contenuto in nutrienti (16,17). In pratica, le eventuali riduzioni del contenuto di un nutriente presente in un alimento verrebbero in genere compensate da una maggiore disponibilità al consumo dell’alimento stesso. In particolare, studi condotti in Italia concludono che i modelli dietetici della nostra dieta sono generalmente coerenti con le raccomandazioni dietetiche sia per i macro che per gli oligoelementi (18,19). Le linee guida elaborate da un panel di esperti italiani affermano inoltre che:

una dieta che comprenda una grande varietà di frutta, verdura, cereali integrali, quantità adeguate di proteine e acidi grassi essenziali fornisce tutti i nutrienti necessari per una buona salute. Ciò implica che, nella maggioranza dei casi, gli integratori non sono necessari” (20).

La domanda è dunque: chi può trarre giovamento dall’assunzione di un IA? Le conclusioni della letteratura scientifica sono contenute nella tabella II. La risposta che ne dà l’industria di settore di fatto capovolge i termini della questione: gli IA sono per tutti(2)! perché tutti possono avere un problema di salute (un disturbo “minore” – es. stanchezza, disturbi di memoria…- non una vera malattia) o entrare in una fase “delicata” della vita (es. adolescenza, superare i 50 anni, entrare in menopausa, essere sotto stress” …) per avere bisogno di un integratore “specifico” per ritrovare il proprio completo benessere. Questa dinamica genera un ciclo di domanda e offerta che si autoalimenta, dove la richiesta dei consumatori di soluzioni rapide “per la salute” viene soddisfatta da prodotti che “possono aiutare”, senza un’adeguata verifica scientifica. Tale tendenza comporta un significativo problema di salute pubblica, poiché le risorse finanziarie dei consumatori vengono dirottate verso prodotti con benefici non comprovati, con il rischio di non adottare sani stili di vita o interventi medici efficaci e basati sull’evidenza (es. vaccinazioni).

Tabella II – Indicazioni per una corretta integrazione alimentare (21)
Linee guida generali per l’integrazione in una popolazione sana
per fase della vita
Gravidanza: acido folico, vitamine prenatali
Neonati allattati al seno: vitamina D fino allo svezzamento e ferro dai 4 ai 6 mesi
Adulti > 50 anni: alcuni possono beneficiare di vitamina B12, vitamina D e/o calcio.

Linee guida per l’integrazione nei sottogruppi ad alto rischio
Condizioni mediche che interferiscono con l’assorbimento dei nutrienti o con il metabolismo:
– Chirurgia bariatrica: vitamine liposolubili, vitamine del gruppo B, ferro, calcio, zinco, rame, integratori multivitaminici/multiminerali
– Anemia perniciosa: vitamina B12 (1-2 mg/die per via orale o 0,1-1 mg/mese per via intramuscolare)
– Morbo di Crohn, altre malattie infiammatorie intestinali, malattia celiaca: ferro, vitamine del gruppo B, vitamina D, zinco, magnesio
Osteoporosi o altri problemi di salute delle ossa: vitamina D, calcio, magnesio (a)
Degenerazione maculare senile: formulazione specifica di vitamine antiossidanti, zinco, rame
Farmaci (uso a lungo termine):
– Inibitori della pompa protonica (a): vitamina B12, calcio, magnesio
– Metformina: vitamina B12
Alimentazione soggetta a restrizioni, diete non bilanciate: multivitaminici/ multiminerali, vitamina B12, calcio, vitamina D, magnesio
(a) Prove incoerenti.


Un’analogia con il disease mongering?
 

Diversi elementi di questo contesto sono per molti versi simili a quelli presenti nel concetto del “disease mongering” (letteralmente: mercificazione delle malattie), una pratica controversa di alcune aziende farmaceutiche per “allargare i confini che definiscono le malattie al fine di espandere i mercati a vantaggio di coloro che producono o vendono trattamenti” (22,23).. L’obiettivo principale è trasformare persone sane in potenziali pazienti o esagerare la gravità di condizioni mediche minori per giustificare l’uso di farmaci. Questo approccio ha storicamente permesso all’industria farmaceutica di creare nuovi mercati dove prima non esistevano o erano estremamente limitati.

Questa “filosofia” dell’industria farmaceutica, o perlomeno di una parte di essa, è ben esemplificata da una dichiarazione del 1977 di Henry Gadsen, allora direttore generale della multinazionale farmaceutica Merck: “Il nostro sogno è inventare farmaci per gente sana” (24), alla quale si può affiancare la dichiarazione molto più recente del Presidente di Integratori & Salute: “la loro principale funzione [degli integratori alimentari] non è quella di curare le malattie, ma di avere un effetto metabolico per mantenere in efficienza il nostro sistema fisiologico. Il che vuol dire: mantenere sane le persone che stanno già bene” (25).

Secondo questo modello, tanto l’industria farmaceutica quanto quella degli IA, cercano di espandere il loro mercato nella vasta area delle persone sane o affette da disturbi minori, che potrebbero invece trovare soluzioni ai loro problemi con misure diverse dall’assunzione di un farmaco o di un integratore, sfruttando la natura autolimitante del disturbo, la sua storia naturale benigna o sviluppando strategie di coping personale.

Nel mondo dei farmaci, per realizzare una campagna preventiva di sensibilizzazione dell’opinione pubblica ad un “disturbo” da convertire in malattia, per annunciare poi l’arrivo di un nuovo farmaco in grado di curarla, il marketing aziendale arruola leader medici sponsorizzati che amplificano l’incidenza della “malattia” e i rischi che comporta, ma ne attestano la possibilità, presto, di curarla. Inoltre, si avvalgono spesso di associazioni di pazienti che vengono compensate per il loro supporto alla campagna stessa.

Nel mondo degli IA invece, il raggiungimento dell’obiettivo di espandere il mercato risulta molto più semplice, dati i minori vincoli legislativi.

Innanzitutto, la presenza in più canali di distribuzione espande enormemente la vicinanza degli integratori ai loro consumatori. Oltre alla farmacia, gli IA si possono acquistare in tutti i supermercati, parafarmacie, erboristerie, negozi specializzati in dietetica o per articoli sportivi, palestre….

La vera rivoluzione nel settore però si sta realizzando in Internet, dove innumerevoli piattaforme on-line sono una vetrina aperta sul PC dedicata agli integratori (basta avere visitato una volta sola il sito di un qualche integratore per verificarlo) e offrono la possibilità di un acquisto diretto con consegna a domicilio, a cominciare naturalmente da Amazon. La pubblicità, presente in modo massiccio nei media tradizionali (stampa, radio, TV), si avvale ora dei social media e utilizza nuove figure professionali, come gli influencer marketing, che fanno parte ormai delle strategie di lancio e posizionamento degli IA (26).

“Come strategia di marketing, l’influencer marketing incoraggia il coinvolgimento del consumatore, aumenta la notorietà del marchio e aiuta i marchi del benessere a posizionare i propri prodotti direttamente di fronte a potenziali clienti interessati a prodotti incentrati sul benessere o che desiderano supportare la propria routine di benessere” (27).

Tutto questo comporta dei rischi e non mancano denunce per la diffusione di informazioni ingannevoli. (28, 29). Le contromisure, sollecitate da rappresentanti dei consumatori e approvate dall’Agcom solo nel luglio 2025 (Linee guida e Codice di Condotta) con l’obiettivo di aumentare la trasparenza e la correttezza nei contenuti digitali nelle comunicazioni commerciali, sono però applicabili solo per gli influencer “rilevanti”, ossia coloro che raggiungono 500.000 follower. Vengono però facilmente aggirate dai produttori di IA che si affidano, per queste attività, a microinfluencer, con 10-50.000 followers,che di solito godono di una maggiore fiducia nella loro community e sono più accessibili per i consumatori.

Alcune importanti “agevolazioni” per la pubblicità degli IA sono state messe in evidenza in un documento dell’Associazione Scientifica dei Farmacisti Italiani (ASFI) (30):

  • non ci sono obblighi di legge riguardo la qualifica di chi ha l’incarico di occuparsi dell’informazione presso la classe medica degli integratori alimentari salutistici e dei nutraceutici, a differenza di quanto previsto per i medicinali;
  • non vi è alcun obbligo di legge che disciplini i folder e il materiale informativo rivolto alla classe medica, ed il loro contenuto non è sottoposto ad alcun controllo preventivo da parte delle autorità sanitarie, a differenza di quanto previsto per i medicinali;
  • per gli integratori alimentari …,sono possibili concorsi, le operazioni a premio e le vendite sottocosto, che abbiano l’obiettivo di promuoverne l’utilizzo, anche quando esso non sia strettamente necessario;
  • per gli integratori alimentari non ha efficacia quanto previsto [dalle vigenti normative] che definiscono e sanzionano il reato di comparaggio farmaceutico.

Il ruolo di medici e farmacisti

Gli IA nascono come prodotti di libera vendita e possono pertanto essere acquistati senza alcuna prescrizione medica in numerosi canali diversi dalle farmacie, senza il “filtro” di un operatore sanitario. Nessuna normativa richiede pertanto un coinvolgimento attivo di medici e farmacisti, ma questa non è la realtà dei fatti. Di fatto, medici e farmacisti partecipano attivamente alla diffusione degli integratori alimentari e sono tenuti in grande considerazione dai produttori (31). Da una parte è un bene che il consumatore chieda al proprio medico un parere prima di assumere un IA (ma molti studi ci dicono che molto spesso i consumatori non lo fanno e i medici a loro volta non lo chiedono). Dall’altra parte, gli informatori medico-scientifici sono ben presenti tanto negli ambulatori medici quanto nelle farmacie e questa loro attività produce i suoi frutti. Nel rapporto con il medico infatti cade la censura normativa dell’indicazione delle patologie per cui i vari integratori sono tacitamente indicati e spesso il medico ritrova in questi prodotti sostanze attive presenti anche in farmaci autorizzati, a concentrazione paragonabile.

Per quanto riguarda i medici, la situazione italiana non risulta particolarmente documentata nella letteratura scientifica, per quanto noto. Le indagini condotte tra i consumatori riferiscono che l’acquisto di un IA avviene nel 42,3% dei casi in farmacia su consiglio di un medico (31). Non si conosce invece quanto questo dato vada suddiviso fra medici specialisti e medici di medicina generale.

Da una recente indagine tra i pediatri italiani promossa dalla Società Italiana di Allergia e immunologia Pediatrica emerge una netta divergenza di opinione fra chi crede nell’efficacia di questi prodotti (72%) e li prescrive (59%) e chi invece è scettico (28%) o non li prescrive (41%). I pediatri partecipanti all’indagine hanno espresso il desiderio di essere maggiormente informati sui “nutraceutici” (91%) e di partecipare a conferenze, corsi o eventi FAD su questi prodotti (80%) (32).

Importanti sono poi le conclusioni di un documento inter-societario sfavorevole all’impiego di formulazioni contenenti probiotici, prebiotici, simbiotici, post-biotici, vitamina A, C, D, E, zinco nella popolazione pediatrica per la prevenzione delle infezioni respiratorie ricorrenti (33).

Non si conoscono posizioni ufficiali delle organizzazioni professionali dei farmacisti sugli IA, mentre è significativa quella molto critica di una associazione scientifica (ASFI) (28). La solita indagine (31)evidenzia che i farmacisti consigliano questi prodotti nel 33,8% dei casi, ma nonostante il consiglio per un IA sembri arrivare complessivamente in oltre il 75% delle volte da un professionista sanitario, tra medico e farmacista non esiste comunicazione di sorta sull’impiego di un integratore da parte dei pazienti. Questo può aumentare la preoccupazione del farmacista per i rischi di interazioni fra integratori e farmaci (34), che non trova facile risposta per le scarse informazioni disponibili per molti botanicals.

L’industria degli IA considera il farmacista un alleato strategico, visto che il canale farmacia detiene ancora il 70% delle vendite. Un alleato quindi da blandire, attribuendogli grande competenza, spesso però non auto-percepita dai farmacisti. L’unica indagine condotta in Italia sulle attitudini dei farmacisti riporta una loro scarsa conoscenza dei prodotti vitaminici, e altri studi, condotti in diversi paesi, hanno messo in evidenza la richiesta dei farmacisti di maggiore formazione sugli integratori. Tutto ciò è abbastanza comprensibile data l’enorme varietà di prodotti disponibili e la scarsa formazione accademica specifica sull’argomento. (35). Indubbiamente gli IA ampliano la possibilità di intervento del farmacista a favore dei consumatori in cerca di autocura per piccoli problemi di salute, affiancandosi agli OTC e questo aumenta la loro predisposizione al consiglio attivo. Tuttavia, le informazioni disponibili per il farmacista provengono spesso direttamente dalle aziende produttrici, che non evidenziano certamente la mancanza dei dati di efficacia dei loro prodotti, con un potenziale conflitto di interessi.  

Sempre dalla letteratura internazionale risulta che l’attenzione dei farmacisti si focalizza maggiormente sulla sicurezza piuttosto che sull’efficacia degli integratori, confortati in ciò dalla (errata) convinzione che tutti gli IA siano sempre sicuri (9).

Il farmacista è, obiettivamente, in una posizione “scomoda” diviso fra l’etica della professione sanitaria, da una parte, e interesse economico e pressioni commerciali dall’altra (36), ben evidenti per l’ampio spazio espositivo riservato in farmacia agli IA per favorire gli acquisti d’impulso.

Per affrancarsi almeno parzialmente da questa condizione, il farmacista dovrebbe far riferimento a fonti di informazione autorevoli, disponibili anche nel web (37). Nella vendita di questi prodotti, quando la richiesta non fa seguito ad una “prescrizione” medica, ma proviene direttamente dal cliente, l’intervento del farmacista dovrebbe cercare di valutare che vi sia una reale esigenza del prodotto richiesto, informare l’acquirente dei suoi limiti e, se necessario, sconsigliarne l’acquisto o invitare il cliente a consultarsi con il medico.

Conclusioni

L’espansione del mercato degli IA in Italia sembra essere semplicemente inarrestabile. L’industria di settore aumenta costantemente il suo fatturato, contribuisce al PIL e al gettito fiscale nazionale, occupa per il 50% forza lavoro femminile (contro il 42% della media nazionale) con il 34% dei laureati (contro il 24%) (38).

La stragrande maggioranza dei consumatori dichiara di essere soddisfatta dell’impiego di IA e nessuno si lamenta del costo dei trattamenti. Se alcuni di loro non si ritengono soddisfatti, le loro ragioni non emergono in nessuna inchiesta. D’altra parte, se interrompono il trattamento non corrono particolari rischi per la loro salute, visto che gli integratori sono consumati prevalentemente da persone sane.

Molti medici integrano sempre più spesso le loro prescrizioni (ma è una sensazione diffusa, più che un dato certo) e vi è chi ritiene che l’integratore serva a consolidare l’effetto dei farmaci nei trattamenti “misti”.  Quando prescrivono un integratore, informano il paziente che “non è un farmaco!”, così il paziente non si allarma troppo, ma alla fine nessuno gli dice cosa sta assumendo, quali sono le proprietà scientificamente dimostrate di quelle pillole, cosa deve aspettarsi per la sua salute.

I farmacisti, nella stragrande maggioranza dei casi, sono “immersi” in una bolla informativa (giornali di categoria, informazione delle aziende, corsi sponsorizzati) che li convince sempre più dell’importanza del loro consiglio, anche quando viene dato per prodotti irrilevanti per la salute. Rompere questa bolla, acquisire maggiore indipendenza, far fronte a consumatori influenzati dalla pubblicità e bilanciare l’etica professionale con l’interesse economico sono obiettivi che sembrano al difuori degli attuali interessi della categoria. Eppure, coerenza vorrebbe che una riflessione su questi prodotti venisse fatta nel momento in cui il farmacista ambisce ad avere un maggior ruolo sanitario attraverso l’ampliamento dei servizi per la salute che si stanno introducendo nelle farmacie territoriali.

Se tutto è così tranquillo e soddisfacente per la maggior parte degli attori di questo racconto, perché allora è importante mantenere una posizione critica rispetto agli IA?

Le ragioni per una possibile “resistenza” a questa inarrestabile ascesa degli IA vanno cercate nella consapevolezza che ci troviamo di fronte ad un ulteriore processo di “medicalizzazione della vita” delle persone, quella denunciata già nel 1976 da Ivan Illich (39), in cui l’individuo perde la propria autonomia nelle decisioni sulla propria salute.

Il messaggio implicito che viene dato dal mercato degli integratori è che ogni minimo disturbo, anche privo di un qualche significato clinico, deve essere affrontato con un prodotto commerciale specifico, alla ricerca di uno stato di benessere totale, impossibile da raggiungere. Vengono così ridotte le capacità dell’individuo di far ricorso alle proprie risorse (esempio, alimentarsi in modo corretto e scegliere stili di vita salutari), cercando facili e improbabili scorciatoie in un IA. La pubblicità di questi prodotti spinge il consumatore a credere che vi sia la possibilità di fermare l’invecchiamento o di potenziare il corpo e la mente, ma nello stesso tempo ingenera in lui continui timori di non poter raggiungere quella condizione perché potrebbe avere una carenza di questa o quella vitamina o di questo o quell’antiossidante ecc.

Il problema è dunque di natura culturale e merita di essere discusso e approfondito dai professionisti della salute, per non lasciare soli i consumatori a fronteggiare l’aggressivo marketing industriale o, addirittura, per non spingerli a far ricorso agli IA in modo indiscriminato.

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Gian Franco Nasi
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