Il sogno, tra illusione e rinuncia, di produrre conoscenza mirata ai bisogni inevasi delle persone
Pubblicato a Settembre 2025La lettura dell’editoriale di Nature nel cuore dell’agosto scorso (1) è senz’altro la guida più autorevole e pertinente per collocare questo numero nel contesto complessivo nel quale si vive, come ricercatori, operatori sanitari, cittadini. Nature celebra i 50 anni dalla pubblicazione, il 7 agosto1975, dell’articolo con cui due biochimici, Kholer e Milstein aprivano quella che sarebbe diventata l’era degli anticorpi monoclonali: “’una rivoluzione nella scienza e nella salute-sanità”, dice il titolo: ma è soprattutto rilevante la conclusione del racconto affascinante della scoperta: ”l’industria colossale cresciuta intorno agli anticorpi monoclonali non cessa di crescere…: una industria con un valore stimato nel 2024 intorno ai 250 miliardi di dollari, e più del doppio entro cinque anni, è il prodotto di una scienza indipendente i cui protagonisti sono ricercatori che producono conoscenza con lo scambio libero di informazioni, risultati, materiali”.
Quanto siamo in un altro mondo rispetto a quella che era una rivoluzione prodotta da un’altra cultura sociale, scientifica, di civiltà non potrebbe essere più chiaro.
Un altro testo altrettanto breve ed ugualmente ‘autorevole’(2), sottolinea la novità di fondo del tempo che viviamo, avendo come punto di partenza non la scienza di base, ma la cronaca quotidiana degli incroci tra indicatori di politiche di ricerca, salute pubblica, semplice umanità : “Help us, please”: titolo come appello urgente ai decisori politici, economici, politici rimandando al ’genocidio sempre in corso’, quello dei migranti, che pone domande ( tante, ben esplicitate, nella conclusione dell’articolo) che interessano tutto il dis-ordine che sembra essere divenuto la regola della realtà, e delle informazioni che la descrivono come un unico scenario governato dalla arbitrarietà violenta di pochi. I pochi riferimenti bibliografici che si propongono sono puramente esemplificativi del come questi temi occupano le riviste medico-scientifiche, con editoriali, perspectives, rapporti epidemiologici, economici, di salute pubblica, di geopolitica (3,4,5). Ricordando obbligatoriamente quanto sta accadendo nel paese ‘centrale’ nelle crisi attuali: la sostanziale demolizione della sanità e ricerca in corso negli USA, la saga antivaccinale di R.Kennedy (con i suoi piccoli seguaci nel nostro paese), le dimissioni forzate della direzione dei NIH e del CDC, la stima, in termini di milioni, tanti, di morti e disabili previsti (ma incontabili) per la sospensione immediata su scala mondiale di aiuti internazionali, i farmaci come uno dei tanti target delle politiche arbitrarie e confuse dei dazi ( 6-10).
Per non dimenticare, la indicibilità di Gaza: ogni giorno di più la unica, vera, esemplare, ‘evidenza’ di una follia che non smuove la inerzia complice degli Stati (…con eccezioni importanti: simboliche: come la piccola, improbabile, necessaria flotta, in rotta mentre si scrive.) sempre più orientati a fare del welfare un capitolo facoltativo (11).
Lo scenario italiano ci aiuta a ricordare, ogni giorno, che il contesto sopra proposto non è di fantasia, o lontano. La finanziarizzazione-privatizzazione del comparto assistenziale sanitario documentata negli ultimi rapporti economico-bancari prosegue con successo: la ‘fatica’ dell’infermiera svizzera protagonista de “L’ultimo turno” che ha affascinato e commosso tante platee, appare un obiettivo ancora da sognare per chi in Italia deve combattere con salari e copertura di personale che continuano ad essere oggetto solo di discussioni e promesse (12).
Con tutti i limiti, i contenuti di questo numero hanno una loro coerenza precisa con lo scenario da cui si è partiti.
Le rivoluzioni scientifiche continuano ovviamente ad esserci (vedi il primo contributo): il tempo della loro appropriazione da parte dei mercati è praticamente coincidente con la loro produzione in un contesto dove la libertà-indipendenza dei ricercatori è una variabile minore di una economia, rigorosamente privata e multinazionale: nulla di inatteso ai nostri giorni. Il problema riguarda il rapporto tra conoscenze ed accessibilità. L’obesità, si sa, ormai è anche ‘ufficiale’ è una malattia, cronica, medica, ma non troppo: certamente legata, da noi, e tanto più, nei tanti Sud, alla diseguaglianza-povertà-assenza di assistenza pubblica. E la ‘compliance’ necessaria per la componente farmacologica di una cura è molto costosa: solo una cultura-pratica assistenziale mirata a chi ne ha più bisogno può garantire un rapporto benefici/costi/rischi accettabile (13).
La demenza, di Alzheimer o altro, rimane invece a tutt’oggi un problema inevaso. In attesa anche dell’improbabile, ma necessario ritorno di quel tempo di condivisione libera della conoscenza da parte di reti indipendenti di ricercatori, clinici, pazienti impegnati a fare di una assistenza trasparente la conditio sine qua non di tutte le epidemiologie dei bisogni, dei clinical trial, di lungo periodo, trasversali a sistemi e culture (14, 15).
L’oncologia richiede-propone anche in questo numero una attenzione particolare (anche per il suo stretto legame, trasversale, a tutti i temi fin qui accennati) esplicitando una delle sfide più critiche dello sviluppo scientifico di oggi: quali sono gli interessi che dovrebbero avere priorità di protezione? Che siano i/le pazienti è la risposta immediata, tanto esatta da essere astratta. È il dato di fatto più certo è che il fare dei bisogni delle persone reali la misura della eticità della ricerca non è un problema di normativa più o meno rigorosa né di Comitati Etici.La rivoluzione scientifica da cui siamo partiti torna ad essere lo sfondo o la nostalgia, o il rassegnarsi con cui fare i conti (16,17). Non è compito di una riflessione editoriale, già troppo lunga, fermarsi o commentare tutto. Solo un ultimo ricordo suggerito da una referenza particolarmente interessante nella logica complessiva di ragionare sulla realtà globale di produzione-uso di conoscenze. In ambito farmacologico-medico la Cina è ormai perfettamente competitiva con quel mondo che chiamavamo Occidente (18). Nei primissimi anni ‘80 Albano ed io fummo invitati (in una Cina che ancora prevedeva viaggi di 24 ore su treni a vapore per farci andare nella capitale storica di Xian) a incontrare governo ed Università per stabilire rapporti di collaborazione. E l’esperienza italiana che noi rappresentavamo come ricerca-informazione nel campo dei farmaci era al centro degli scambi. Mi sembra bello far chiudere ad Albano, senior di quella missione in un altro mondo, questa riflessione su dati e scenari che ha bisogno di uno sguardo-augurio disincantato e di lungo periodo…
Bibliografia
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