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La dichiarazione di Helsinki ha 60 anni: un compleanno che interroga

n. 2 - 2025

La dichiarazione di Helsinki ha 60 anni: un compleanno che interroga

Il punto di partenza per questa breve riflessione è il titolo dato da una rivista, certamente di riferimento, ma non primariamente interessata alla clinica o ai farmaci, ad un suo editoriale del dicembre dello scorso anno (1): una sua traduzione libera, ma che ne incorpora fedelmente i contenuti potrebbe essere: “La dichiarazione di Helsinki festeggia i suoi 60 anni includendo tra le sue competenze imprescindibili la equità”. 

Per quanti hanno sempre “sentito parlare” di Helsinki (…sono una piccola minoranza quelle/i che l’hanno letta almeno in una delle sue tante versioni regolarmente aggiornate) come un documento molto rispettabile, ma appartenente ad un mondo di valori attribuiti come impliciti e perciò dati come “ovvi” per la medicina, un festeggiamento di questo tipo è certamente da lasciare agli appassionati di bioetica (…al massimo ai loro parenti, vicini o lontani, che si interessano di diritti come il consenso informato, o le assicurazioni…). È probabile, o forse ancor più certo, che chi lavora nel campo della normativa, non solo della ricerca clinica, più o meno sperimentale, ma della salute pubblica, abbia la stessa non-reazione: perché sottolineare un compleanno per un termine che rimanda a problemi-contesti socio-economici? Equità è per di più termine fuori mercato: evoca una salute come diritto accessibile a soggetti aventi pari diritti: scenari d’altri tempi. La diseguaglianza, che implica la iniquità (la letteratura medica è in questo senso, e da tempo, unanime), non è un “effetto collaterale”, perciò evitabile, della economia attuale, ma ne è un indicatore obbligato.

In modo diverso, ma coerente, a livello dei tecnotitani finanziari (2) Musk, Gates, Bezos, ma soprattutto delle statistiche di tutte le periferie: i poveri aumentano, e perfino i LEA, con o senza la loro S che rimanda al sociale, sono un problema politico senza via di uscita: ancor di più in tempi in cui la competizione, assolutamente impari, è con il mercato delle armi.

Ma allora, perché una rivista tanto prestigiosa e non schierata come Nature Medicine sceglie – per un documento che ha la sacralità con sapore di antichità della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, o degli art. 3 e 32 della Costituzione italiana – l’equità come emendamento su cui concentrare l’autorevolezza di un editoriale di fine 2024?

Una risposta indiretta, ancor più articolata, non solo per la sperimentazione clinica o la ricerca, ma per la sanità è proposta da un editoriale ancor più recente (3). Vale la pena di leggerlo anche solo per essere al corrente di un termine (per me assolutamente nuovo) che sembra essere centrale nel dibattito sulla evoluzione dei sistemi socio-politici ed economici in cui anche la medicina deve fare le sue scelte: noi stiamo vivendo nell’”Enshittoscene: a period of global health decline, driven by political indifference, economic retrenchment, and shifting geopolitical priorities”. 

Non c’è dubbio: questo scenario è ben riconoscibile. E la non-equità nell’accesso ai “beni comuni” è la regola anche per l’accesso a tutti i processi che producono conoscenze per bisogni inevasi, dei quali la ricerca medica, dalla genetica più descrittiva e strutturale, al mix di tecnologie ed AI è indicatore essenziale e didattico.

Il tema non è evidentemente ignorato: e, nei termini classici ricordati nel titolo, pone la domanda: “Challenge or Opportunity”?

Non essendo obiettivo di questa nota dare risposte, ma “informare” sui temi di interesse di questo bollettino, un aiuto che fornisce dati e riflessioni utili a comprendere le sfide-opportunità che stanno dietro tutta la produzione delle conoscenze che portano alla innovazione farmacologica e terapeutica, si ritrova in due contributi che provengono dalla direzione molto autorevole della FDA prima dell’arrivo di Trump (4,5). I titoli anticipano bene la centralità dei temi trattati: come fare dell’outcome di popolazione un obiettivo realistico, clinicamente ed epidemiologicamente rilevante, della ricerca su “nuovi” interventi terapeutici? Come coinvolgere i pazienti – non con consensi burocraticamente puntigliosi e perfettamente invalidi o con questionari di soddisfazione per clienti più o meno esigenti – nella responsabilità delle scelte che portano ai protocolli, alla loro realizzazione, ed ancor più alla loro implementazione fuori dal mondo inevitabilmente selettivo ed escludente di una ricerca sempre più coincidente con attori-regole strettamente rispondenti a “regole” di mercato?

Due ultime letture sono raccomandate, anch’esse molto recenti ( 6,7): corpose, da tener presenti: eventualmente da scorrere, se non leggere, con calma: anche solo per prendere l’opportunità di familiarizzarsi con alcuni termini-temi che fanno da ponte culturale tra la medicina-sanità e le politiche che la determinano: coincidono anche con aree molto stimolanti, soprattutto per chi è abbastanza giovane da poter immaginare e soprattutto preparare un futuro più a misura delle domande già poste, e che verranno. Da una parte, il mondo dei trial: da concepire non come una tecnica o una metodologia, ma come “ecosistema, globale”: una espressione della cultura, civiltà, universo di valori: spesso contraddittori, ma che si confrontano nella trasparenza: non somma di regole fatte su misura di autorità regolatorie, o dei veri decisori che sono i signori dei mercati. Dall’altra la “decolonizzazione” della produzione della conoscenza medica: nel mondo globale dei mercati il genocidio per diseguaglianza di accesso alle risorse essenziali dei soggetti di diritti fa parte del quotidiano. Sappiamo che non è evitabile: sia nella storia di cui siamo spettatori, anche della impotenza delle Corti Internazionali: fa parte di quei “statistical genocides” di cui parlava Richard Horton, da editore di Lancet, già ai tempi della pandemia: basta rendere in-visibili, o im-mutabili, o “oggettive”, con aggiustamenti, le statistiche di denominatori, numeratori, percentuali delle malattie e dei loro costi per riprodurre situazioni perfettamente legali di apartheid, e/o di vittime di guerre che non hanno bisogno neppure della criminalità di capi di governo, e dei silenzi conniventi di altri. Può essere un buon segno che le referenze di questa nota editoriale provengono tutte da riviste autorevoli in campo medico (pur con una ospite, indubbiamente qualificata anche accademicamente, di un’altra disciplina-cultura). Vuol dire che gli interrogativi sono almeno visibili ed espliciti. L’equità nella produzione di conoscenza è una variabile molto critica. Tanto più in tempi di AI generalizzata. Gli interrogativi, senza pretese di risposte facili, sono parte essenziale di un cammino nel campo di IFT.

Bibliografia

1- Declaration of Helsinki embraces health equity. Nat Med 2024;30:3383.

2- Napoleoni, Loretta, Tecnocapitalismo. L’ascesa dei nuovi oligarchi e la lotta per il bene comune, Meltemi, 2025

3. Goosby E, Reid MJA. A  turning point for global health: challenge or opportunity? Lancet 2025:1125-7.  

4. Abbasi A, Rivera D, Curtis LH, Califf RM. Post-approval evidence generation: a shared responsibility for healthcare. Nat Med 2024;30:3046-9.

5. Helms Williams EC, Bumpus NN, Califf RM. The role of FDA advisory committees. Nat Med 2024;30:3050–2.

6. Moorthy V, Abubakar I, Qadri F, et al. The future of the global clinical trial ecosystem: a vision from the first WHO Global Clinical Trials Forum. Lancet 2024;403:124-6.

7. The Lancet Global Health. Redefining implementation science for global health decolonisation. Lancet Glob Health 2025;13(4):e599.

8. Moorthy V, Siegfried N, Amuasi J, et al. Improving the clinical trial environment and infrastructure: moving from global resolution to action. Lancet Glob Health 2025;13:e608-e610.

9. Gobat N, Slack C, Hannah S, et al. Better engagement, better evidence: working in partnership with patients, the public, and communities in clinical trials with involvement and good participatory practice. Lancet Glob Health 2025;13:e716-e731.

10. Horton R. Offline: WHO’s erasure of Palestinians must cease. Lancet 2022;399(10341):2089,

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Gianni Tognoni
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