È ancora possibile informare facendo pensare, e dialogando?
Pubblicato a Gennaio 2025Le note che seguono sono un invito ad entrare in una sperimentazione che ha radici molto antiche, da quando il Servizio Sanitario Nazionale stava prendendo forma, ma che ci sembra abbia senso rilanciare per confrontarsi con una sanità che è – di nuovo, ma in modi che più diversi non potrebbero essere – indicatore perfetto del contesto complessivo del paese.
La domanda è molto semplice, non pretende di offrire risposte:
“C’è spazio per fare dell’area dei trattamenti-interventi, farmacologici o meno, uno strumento di cultura-dialogo: indipendente, accessibile, molto flessibile: privilegiando, in un contesto più di ogni altro espressione delle logiche di frammentazione del mercato, le “evidenze” da adottare perché condivise nella loro rilevanza-pertinenza-incertezza…?”
Come si vede qualcosa di ingenuo e non originale: i criteri di entrata nella sperimentazione sono rigorosamente di tipo culturale. Certo, con la speranza di fondo che un esercizio di questo tipo possa contribuire anzitutto al diritto primario di una cittadinanza informata, capace cioè di scegliere confrontandosi con tutte le certissime incertezze ed ambiguità del mercato della conoscenza.
Il “noi” che propone la sperimentazione è un nucleo di persone che ritengono di avere un profilo professionale “dignitoso”, di cui fidarsi come interlocutori in una sperimentazione che dipenderà anche molto dalle capacità di trovare linguaggi e metodologie di comunicazione adeguate: e potrà svilupparsi solo con il contributo di suggerimenti, critiche, collaborazioni che speriamo vengano, con tutta la franchezza necessaria, da non importa chi.
Sappiamo bene – per la nostra storia, l’ambito delle competenze già presenti, le scelte culturali di fondo che facciamo – di non potere-volere coprire tutta la tematica di quello che potrebbe essere (…ed era…) l’ambito di un “centro di informazione-documentazione”: anche perché il mercato informativo è più che affollato: con merce di tutti i tipi: pubblica e privata: con conflitti di buoni, cattivi, indifferenti interessi. Pensiamo di provare ad essere presenti in modo sobrio, con interventi che richiedono tempi di attenzione non troppo rubati: in aree che più direttamente rispecchiano le contraddizioni, le novità, le assenze, le attese che toccano da vicino la salute di gruppi di popolazione più a rischio di non avere accesso ad una informazione che favorisca autonomie di scelta, e la possibilità di condividere incertezze (…perché il mondo sanitario è soprattutto violatore del diritto ad una cura che include una relazione alla pari…).
Pensiamo alle strategie di trattamento in campi così agli opposti estremi del mercato, come oncologia e psichiatria, le frontiere dell’immunologia e il decadimento conoscitivo, l’universo del dolore e delle cronicità più o meno e diversamente fragili…E si pensa di non limitare certo le competenze e le culture di chi interviene ai campi più strettamente sanitari, medico, farmacologico, infermieristico.
Vorremmo mantenere periodicità che corrispondano ad una “uscita-pubblicazione” ogni 3 mesi, con possibili contributi che sembreranno urgenti-importanti, per i risultati da offrire-commentare, o le provocazioni da discutere, disponibili a pensare anche a forme innovative di comunicazione. Speriamo vivamente che le regole per la sottomissione e la accettazione dei lavori favoriscano un dialogo che accoglie evidentemente lo spirito e le forme della dialettica scientifica più libera. La garanzia cui teniamo di più è la memoria dell’amico-maestro-compagno di strada e ricerca da cui questa sperimentazione è partita: Albano Del Favero, che tanti ed in tanti modi hanno ricordato, è stato soprattutto forse irripetibile per la sua coerenza rigorosissima e dolce al sogno di una medicina che fosse sempre, esemplarmente, antesignana e sperimentatrice di democrazia. Non è stata, mai, una utopia facile da vivere, vista la riservatezza delle sue parole che non amavano illudere. Ci piacerebbe essere un po’ fedeli al suo stile. L’accompagnarci con le Farmaci Comunali di Reggio Emilia, che erano state una delle sue case, contribuisce alla fiducia che qualcosa si possa fare.